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“Il sapore del successo”

burnt-di Erminio Fischetti

Burnt ha tutti i difetti che un film non dovrebbe avere: non ha un’identità, non ha personaggi ben definiti, non è né dramma né commedia, non nel senso che mescola entrambi ma proprio che non prende una direzione precisa, e soprattutto è in bilico fra l’essere un film brutto e un film scialbo. Passato dal Torino film festival, è la classica tipologia di pellicola americana ambientata in Europa con cast internazionale (anche il nostro Riccardo Scamarcio in un non-ruolo in cui parla un inglese a noi meridionali familiare) dove si lanciano battute scomposte e si alternano manicaretti, ipertrofia dell’ego e problemi con i capi, le di loro figlie o le aiuto cuoche. Protagonista l’ormai onnipresente Bradley Cooper, che si diletta nel ruolo del piacione fintamente dannato e insopportabile. Una sciocchezzuola diretta da John Wells che alla seconda regia dopo I segreti di Osage County è meglio torni a fare il produttore (gli era riuscito benissimo in passato). Qui infatti non dirige gli attori – non è capace, si vede – ma fa più che altro il maitre di una sala vuota che dice dove portare piatti. Nemmeno fosse una puntata di Gambero rosso: per inciso, lì la fotografia e i primi piani sono migliori. E poi viene una rabbia indicibile per tutto il cibo che il protagonista ultra-egoriferito lancia addosso al prossimo suo o peggio nella spazzatura. In barba a tutti coloro che davvero ancora oggi crepano di fame. Senza dimenticare lo snobismo ostentato, ripetitivo e inqualificabile che fa sì che vengano lanciate battute tipo è Parigi 2007, questa cucina è passata di moda. Ma le polpette di nonna no?

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Di disarmante lirismo poetico…

9515050-saxo-photodi Erminio Fischetti

Nel 1836 il botanico e ufficiale Frederik Wulff viene mandato in Africa a monitorare una piantagione di caffè. Qui si scontrerà con i coloni suoi connazionali che praticano la schiavitù pur essendo stata abolita dalla Danimarca da più di 30 anni e imparerà dagli indigeni il vero senso della vita. Per tutto questo pagherà un prezzo molto alto. Scritto e diretto da Daniel Dencik, Gold coast è un’opera di un lirismo poetico disarmante. Non risente della lentezza narrativa e anche se il finale si allunga troppo, costruisce un tema quanto mai complesso sul senso della natura, della scienza, della storia, non solo dell’Ottocento, ma mettendo in campo anche il secolo successivo, e in particolare il nazismo, i campi di concentramento, i ragazzi che nei lager erano costretti a fare musica per il sollazzo dei persecutori. Un film sul senso della dignità, sulla libertà. Gandhi, Hitler, Mahler, il mito della caverna platonico e Conrad fanno tutti parte del disegno della scrittura. Tra Lezioni di piano, Hunger di Steve McQueen, la filmografia australiana e in particolare Picnic a Hanging Rock di Peter Weir, uno spaccato di cinema, storia, sociologia e filosofia che tiene in maniera complessa il punto senza mai perderlo, con immagini meravigliose dalla fotografia straordinaria.

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“Colpa di comunismo”

COLPA-DI-COMUNISMO_02di Gabriele Ottaviani

Ana, Elena e Micaela vengono dalla Romania, un paese che ha vissuto un’oppressione tremenda, ma se si parla con i controllori dei treni Bucarest – Craiova quel che ti raccontano è che prima la scuola e lo sport erano per tutti, e ora non più. Sono in Italia come badanti. Ma anche quel lavoro, nella nostra contemporaneità precaria e liquida, non dà sicurezze, e quindi iniziano un viaggio nella periferia dell’operosa provincia italiana, tra solidarietà e speranze. Tra documentario e finzione, Colpa di comunismo di Elisabetta Sgarbi, che però non convince completamente a livello espressivo e narrativo.

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“The idol”

assahdi Gabriele Ottaviani

I talent show non sono solo i programmi di punta di molti palinsesti televisivi generalisti o satellitari, possono simboleggiare anche qualcosa di più, e non soltanto per il pubblico che li segue di fronte allo schermo. Mohammad Assaf vince Arab Idol, e per il suo popolo martoriato è un’occasione di festa. Lui viene da Gaza. The idol, coproduzione internazionale asciutta e compiuta, è la sua interessante storia.

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“La résistance de l’air”

maxresdefault (3)di Gabriele Ottaviani

Vincent ha un lavoro. Una moglie. Che gli è di sostegno come un sasso in una scarpa. Un padre. Malato. Molto. Cattivo. Ancor di più. Problemi economici. Grossi. Una figlia. Che ama. E un gran talento col fucile. Da campione a livello continentale e non solo. Colpisce un bersaglio in pieno centro a trecento metri di distanza. Quando vuole regalare un orsacchiotto di peluche alla figlia gli basta sprecare qualche secondo alle giostre. Chiaro che qualcuno lo noti. Chiaro che qualcuno gli chieda qualcosa. E lì cominciano i guai, la solita lotta tra coscienza e bisogno, la consueta seduzione di una vita meno complicata. La résistance de l’air, fattore fondamentale da considerare nella scienza balistica, è un noir bello e classico, solido, che rimanda nel mood – d’altronde, la cifra autoriale è la medesima – a Un sapore di ruggine e ossa e Il profeta, con qualche difetto ma ben diretto e recitato, compiuto, che parte bene e se pure ha qualche lieve passaggio a vuoto nella fase centrale si riprende con un finale che colpisce.

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“The nightmare”

15308-1-1100di Gabriele Ottaviani

Otto persone, donne e uomini, statunitensi e non solo, giovani e meno, raccontano come l’oscurità sia per loro la porta di un viaggio angoscioso. I loro sonni sono infatti tormentati da sensazioni di oppressione, straniamento, dolore, ansia, paura. The nightmare è il racconto, canonico ma compiuto, punteggiato da alcune trovate interessanti e belle a vedersi che fanno ben vedere e vivere allo spettatore la percezione altrui che viene raccontata in presa diretta, dell’incubo, come d’altronde il titolo stesso evidenzia, e di tutti quei meccanismi complessi ma in fondo naturali che governano la transizione tra veglia e sopore, tra coscienza e oblio.

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“Stinking heaven”

stinking_heavendi Gabriele Ottaviani

Stinking heaven. Ovvero, indagine sui meccanismi della dipendenza. New Jersey, millenovecentonovanta. Una comune in cui persone con vari problemi rivivono il trauma che li ha portati all’inizio del proprio personale degrado e cercano di risalire la china. L’argomento, benché non originale, è interessante: il problema è la resa filmica. L’occhio è documentaristico, ma non riesce né a essere al di là della lente del microscopio, come insegnano i veristi, né ad approfondire alcunché. La narrazione è sconclusionata, mentre per quanto riguarda la fotografia effettivamente l’opera assurge a modello. Di come non si fa.

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