Libri

“Non ancora”

di Gabriele Ottaviani

Basta, sarei andata. Avrei accettato l’invito di Jim, avrei visto Berkeley, San Francisco, Los Angeles, forse New York. Se però tornavo sulla possibilità di andare da Marvin, anche se non invitata, ricominciavo a smaniare. No, no, non potevo rischiare di trovarlo in dolce compagnia. E poi, vuoi mettere gli States? Affanculo l’Umbria, Terra Base e soprattutto lui. Che se ne restasse con le sue fidanzatine, tra quelle montagne desolate in culo ai lupi, io mi sarei fatta un giro nella giungla metropolitana, in compagnia di un uomo vero. Pescate le fotocopie dalla valigia, lessi a caso qualche frase. Se nella mia vita non c’era l’amore, nel mio romanzo ce n’era a chili. Avrei farcito la storia con sdrucciolamenti sentimentali, concessioni psicologiche, effervescenze mentali. Non più pensieri profondi o citazioni colte tratte dalle molte letture che fomentavano il mio fondato sospetto di possedere soltanto rimandi letterari e zero idee, pensieri scampati alla sopraffazione dei libri. Avrei scritto soltanto per soldi. Solo fatti, vicende, dialoghi allo zucchero filato, trama e ordito di uno stucchevole arazzo rosaceo. Avrei venduto l’anima, se ancora ne avevo una. Dalla mancanza alla soddisfazione, dall’attesa alla realizzazione. Se l’amore non riempiva la mia vita, avrei fatto straripare d’amore le pagine che andavo scrivendo. Nel mentre avrei mangiato integrale, smesso di bere e fumare. I sobbalzi di quel trenino si opponevano ai miei buoni propositi. Nella casa sull’isola avrei messo la parola fine al romanzo che avrebbe neutralizzato una volta per tutte l’azione vampirizzante del mio sogno d’amore. Un sogno fasullo e tenace che stava trasformando la mia vita in un esangue fantasma della storia che non riuscivo a vivere. È uscito con la ragazza. Sono andati a cena fuori. Immaginavo un ristorante con vista sul lago Trasimeno, una tovaglia bianca, le stoviglie e i calici tintinnanti…

Non ancora, Cristina Pacinotti, Fandango. Ironico, disincantato, travolgente, bellissimo, poetico, dannatamente credibile, il racconto di Maria, che, all’indomani del disastro nucleare di Chernobyl si trova studentessa a Parigi, dove, tra mille scintillanti suggestioni, più che alla semiotica si dedica alla danza, incontra personaggi che sembrano usciti da una riuscita commedia e vive a distanza una relazione d’amore o quasi con Marvin, è perfettamente sintetizzato dal titolo, vero manifesto di una generazione a cui il futuro è stato spesso negato, eroso da sotto i piedi come se si trattasse di sabbia in balia di una risacca dispettosa, tra aneliti di autodeterminazione e la paura di impegnarsi, forse persino di essere davvero felici, timorosi che non sia quello il kairòs, non ancora: delizioso.

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