Libri

“Mill Town”

di Gabriele Ottaviani

Un pomeriggio percorro con mio marito un tragitto familiare: prendiamo la Route 2 fino all’angolo di Mexico, superiamo Maddy’s Pizza e il ponte pedonale di legno, svoltiamo a destra sul ponte di River Street e torniamo indietro attraverso Rumford con una puntata al ponte sospeso, poi su per la Route 2 passando dall’alimentari di Hannaford e, prima di arrivare a casa, un’ultima svolta a destra su Hancock Street. Passando davanti alla cartiera, notiamo sul ciglio della strada una strisciolina di materiale nero e lucido delle dimensioni di una gomma da masticare. Gli scatto una foto, la raccolgo e l’annuso. Odora di gomma. «Sembra un brandello di copertone» dice mio marito rigirandoselo tra le dita. Me lo metto in tasca. Camminando ne scorgiamo altri che punteggiano la strada. Più avanti ce ne sono ancora e noi come Hansel e Gretel continuiamo a seguirlo, questo sentiero di chiazze lucide. Guardiamo oltre il parapetto del ponte ferroviario. Cumuli dello stesso materiale sono ammassati in vagoni scoperti, uno dietro l’altro. Mescolati alla sostanza, ci sono anche dei pezzi di legno che sembrano coperti di creosoto. «I vagoni sono rivolti verso la cartiera» dice mio marito indicandoli. «Chissà se vanno alla centrale elettrica». Fa freddo e abbiamo fame. Nel tragitto verso casa dei miei, scivolo su una lastra di ghiaccio e rompo l’obiettivo della macchina fotografica. Mi dimentico dei vagoni pieni di gomma e legno. Torniamo in Connecticut e, mentre carico la lavatrice…

Mill Town – La resa dei conti, Kerri Arsenault, Black coffee, traduzione di Umberto Manuini. Si chiama Mexico ma è nel Maine, ed è una piccola città che incarna a pieno il sogno americano della stabilità economica che rende ciascuno libero di essere artefice del proprio destino, dato che da oltre un secolo si sostiene grazie all’industria cartiera locale, la quale dà lavoro a quasi tutta la comunità, comprese tre generazioni di Arsenault, genia cui appartiene anche l’autrice, che ormai allontanatasi da anni, attraverso il filtro della giusta distanza analizza con pienezza e schietta ed empatica tenerezza una storia intima e universale che pone un interrogativo sempre attuale a prescindere dai contesti e dalle latitudini, ossia cosa si sia disposti a sacrificare pur di sopravvivere, dato che per esempio in questo caso il prezzo del lavoro è stato una tale contaminazione dell’ambiente da far definire quegli altrimenti splendidi luoghi come la valle del cancro… Da non farsi sfuggire per nessun motivo al mondo.

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