Libri

Michela Lauriola e il tempo relativo

di Gabriele Ottaviani

Michela Lauriola ha scritto Il tempo relativo: Convenzionali, con gioia, la intervista per voi.  

Il tempo relativo, il suo esordio nella narrativa: perché questo titolo e cosa rappresenta per lei?

Il tempo relativo rappresenta sostanzialmente i diversi momenti di una difficile anastilosi, è la ricerca di una verità che si fa strada a fatica fra vicende personali dei protagonisti e quelle investigative, attraverso sequenze narrative che procedono secondo ritmi diversi in un andirivieni continuo, ma inevitabile, fra passato e presente. Ogni evento ha il suo tempo, e dunque esso è un elemento non trascurabile del racconto. Solo Ada sembra avere coscienza, e la diversa percezione che ciascun personaggio ha del suo valore aiuta Ada a metterne in luce un aspetto e a delineare l’orizzonte morale della loro condotta.  Lei così abituata a  sincronizzare la sua vita e le sue prospettive  alle fermate della metro, sente il peso della sua città, Roma, magnifica e mastodontica nella sua storia millenaria, ma una volta in provincia tutto scorre più lentamente, e alla fine si lascia andare a una dimensione più liquida, libera da condizionamenti e regole, ma foriera di “curiosa inquietudine”. L’espressione tempo relativo è in definitiva una condizione di temporanea sospensione della coscienza. Il titolo significa molto per me. Rappresenta il senso che io ho cercato di dare alla domanda: qual è il senso del mio percorso di vita? Il romanzo è la risposta che ho trovato per dare valore al mio presente.

Il suo è un romanzo dalle molteplici forme: un coming of age, un thriller, un romanzo storico, forse, ma questo deve dirmelo lei, anche un po’ un memoir. Per lei che cos’è?

Non avevo grandi ambizioni. Inizialmente avevo in mente un thriller a sfondo archeologico ambientato nel mio Gargano, poi la storia del freelance ha incontrato Ada, un’adolescente protagonista di un monologo teatrale. O, forse, è più vero il contrario, cioè che a un certo punto Ada si è svegliata in quella macchina e poi… non so bene in che modo o quando sia accaduto, ma, di fatto, le due esperienze narrative sono fluite l’una nell’altra e… In realtà, qualsiasi forma abbia assunto, credo fosse il solo modo in cui questa storia voleva essere raccontata e in cui io potevo farlo. È sicuramente il risultato della mia ricerca e al tempo stesso il punto di partenza della mia scrittura, ancora indecisa forse sulla direzione giusta da intraprendere.

Ada è un’adolescente che cambia contesto in un momento molto delicato della sua vita e in un momento in cui non eravamo sempre connessi e i cellulari non erano così diffusi. Secondo lei, come è cambiata Ada nel passare da una realtà come la capitale a una completamente diversa come Manfredonia?

All’inizio Ada osserva con cinismo il tentativo di suo padre di accomodare la faccenda del trasloco, affronta il cambiamento senza convinzione con lo spirito dell’esule costretto ad abbandonare tutto senza preavviso, e all’inizio questo genera in lei una sorta di isolamento. Ada vive lo spaesamento tipico di chi deve riuscire a stare in piedi senza radici, per questo cerca di trovare un appoggio legandosi alle prime persone che incontra, senza farsi troppi problemi: amiche per forza, amiche simbiotiche, di cui lei ha bisogno per sentirsi parte della comunità. Certamente lei è una brava ragazza a cui però la provincia inaspettatamente regala una libertà particolare, quella di sbagliare. La conoscenza e il suo avvicinamento a Mario, a Saverio e a Riccardo la svincolano da certi ambienti medioborghesi in cui era ingabbiata e dai percorsi a senso unico della metro a cui i suoi genitori l’avevano abituata. Il suo è un passaggio delicato ma necessario. Certe esperienze, per quanto pericolose o dolorose, sono significative e tutti possiamo raccontarne una che più delle altre ha avuto conseguenze rilevanti su tutte le nostre scelte successive.

Michela Lauriola (foto di Salvatore Favia)

Nel romanzo si percepisce una forte connotazione geografica e storica, che sembrano quasi due elementi altrettanto protagonisti. Quanto può essere importante il contesto nella fase della crescita?

Il contesto credo sia fondamentale sempre, a maggior ragione in certe fasi della vita. I luoghi dove viviamo sono lo scenario dove si svolgono la maggior parte delle trame della nostra esistenza, le nostre esperienze nel bene e nel male non possiamo che inquadrarle e legarle a un dove e a un momento particolare della nostra vita, quando certi aspetti non intervengono a influenzare gli sviluppi di certe vicende. Se ci guardiamo in dietro, viene quasi naturale chiedersi se sarebbe andata lo stesso altrove. E poi la storia dei luoghi ci resta cucita addosso, continua ad abitare la nostra memoria anche da anziani. Il comandante Del Rio non riesce a togliersi dalla mente la sua città natale, la idealizza, tanto da influenzare la sua carriera. Le storie e le leggende locali galvanizzano la fantasia di Nicola e lo spingono verso una strada pericolosa, salvo riscattarsi alla fine. I luoghi narrano di noi in modi inconsapevoli, al punto che spesso è  possibile comprendere il pensiero e l’opera di grandi uomini ripercorrendo la geografia dei luoghi in cui sono vissuti e che hanno amato.

Lei racconta di quello che conosce, della città in cui è cresciuta: che ricordi ha lei di quel periodo e soprattutto come andrebbero analizzati?

Certamente per chi come me li ha vissuti, da adolescente, sono stati bellissimi, tanto che, a raccontarli, non ci capirebbe nessuno. Qualcuno li ha persino definiti ruggenti. Ma credo che la mia – nostra – percezione sia un attimino di parte, comunque parziale, esattamente come lo sarebbe il giudizio dei miei genitori sugli anni Settanta e così via, andando indietro alle generazioni di adolescenti prima di loro. La tendenza è quella di mitizzare certi periodi, per cui tutto ciò che in qualche maniera rimanda a quegli anni gode di una sorta di stato di grazia, molto discutibile. Ogni età ha i suoi miti e i suoi linguaggi, finché ci sei dentro ne assorbi tutto il mood, poi quando sfuma e man mano che ci si allontana inizi a vederne i contorni con più senso critico. Certo la nostalgia la fa da padrone. Nello scrivere il romanzo mi sono trovata a fare i conti con situazioni che avevo quasi rimosso, come la Home video, il modo di fruire la musica, di incontrarsi, di telefonarsi, il modo di vedere il mondo senza smartphone. Era una gioventù senza tutorial, purtroppo, o per fortuna. Sicuramente più aperti alla novità e pieni di stupore.

Ada ha un rapporto difficile con il padre, a cui vuole molto bene, ma sente che soffoca la sua crescita e le sue scoperte. I figli hanno bisogno di molte attenzioni, ma al tempo stesso bisogna farli crescere per farli diventare indipendenti in un mondo sempre più complesso. Qual è secondo lei, ora che è anche madre, il giusto equilibrio?

Se le dicessi di sapere la risposta sarebbe come riuscire a realizzare in casa la ricetta della Coca Cola, praticamente impossibile senza conoscere l’ingrediente segreto. A meno che, a provarci, non sia Tata Lucia. Nemmeno un super uomo dell’Arma, dall’alto dei suoi studi e delle sue investigazioni, riesce a tenere le fila complicate della vita di una figlia adolescente. Quello dei figli è un tema delicato, perché quando si parla di loro entrano in gioco elementi imprevedibili. Il legame con un figlio richiama quanto di più profondo e irrazionale ci sia in noi.  Difficilmente si riesce a rimanere distaccati e obiettivi di fronte a certe situazioni o decisioni, il più delle volte il comportamento o le richieste dei nostri figli generano in noi reazioni ambivalenti per cui di fatto, il più delle volte quelle che pensiamo essere scelte o decisioni in realtà si risolvono in tentativi. Del resto anche la stessa esperienza dell’essere – fare i genitori è un po’ un salto nel buio; almeno nella realtà, non c’è regola o principio che tenga. Io stessa mi sono trovata in difficoltà o ad andare in crisi. Ho iniziato a consultare manuali di pedagogia e psicologia dell’età evolutiva già dai primi mesi di gestazione: il risultato? Le uniche risposte che mi hanno convinta le ho trovate nei miei figli, ascoltandoli e sintonizzandomi sul loro punto di vista. Il dialogo, potrebbe rimanere una strada percorribile alla ricerca di un equilibrio. D’altronde come si fa ad affrontare un pericolo che non si conosce?

Lei fa l’insegnante, quindi conosce bene come è essere adolescenti oggi: cosa è cambiato rispetto agli anni Novanta?

L’argomento è complesso e ampio, cercherò di semplificare. Negli anni Novanta c’era più spazio per l’incredulità, per lo stupore, la sperimentazione. Ci si meravigliava ancora, perché la vita in tutti i suoi aspetti e nelle sue più svariate sfaccettature la si scopriva sulla propria pelle. Anche il sapere, l’esperienza si apprendevano sul campo con pazienza. La quotidianità era una fucina che procedeva lenta e constante e a mano a mano illuminava parole e idee. I più abbienti potevano viaggiare, i più fortunati invece erano due: chi imparava dalla strada e chi dai fratelli maggiori. Questi gli facevano da apri pista al mondo, sfidando l’autorità al posto loro.  Per tutto il resto non c’erano tutorial, al massimo la posta di Cioè. Qualcuno su un blog ha scritto in commento a un testo specifico sull’argomento che non esistono più gli adolescenti di una volta: per fortuna! Questa frase credo la dica lunga sulla differenza fra generazioni distanti fra loro come la mia e quella attuale. Gli adolescenti odierni non hanno il problema della lotta edipica, sono esattamente ciò che i loro genitori avrebbero voluto essere alla loro età, e la loro adolescenza una proiezione delle loro ambizioni, sogni, paure: ovvero privilegiata, spensierata, deresponsabilizzata, non sempre, meno faticosa, scintillante di promesse. È ovvio che dietro a tale immagine patinata e ovattata si nasconda un disastro educativo, che ad oggi vada affrontato ma che tra un decennio forse rileggeremo in termini positivi come rivoluzione giovanile o dei costumi, alla stregua del rock ‘n roll. In fondo sono cambiati gli stili e gli approcci alla vita, ma gli adolescenti restano comunque una risorsa inesauribile di energia vitale  e  creatività.

Esordire nella narrativa oggi è molto diverso rispetto al passato, qual è il suo personale punto di vista e come sta vivendo quest’avventura?

Il debutto nella narrativa è difficile oggi, ma non meno che in passato. Basti guardare a esempi di travagli editoriali celebri, come quello di Tomasi di Lampedusa per Il Gattopardo. Tutti, anche i grandi, attraversano la cruna dell’ago prima di approdare al pubblico dei lettori. La frase che gli editori ripetono è che ci sono più scrittori che lettori. L’obsolescenza dei titoli è più rapida, e le pubblicazioni viaggiano su numeri davvero grandi. Io credo che, a scapito di una sovrapproduzione, però, i buoni libri siano pochi, e che lo spirito che spinge uno scrittore alla pubblicazione e che faccia la differenza in questa situazione sia la voglia di far bene, di avere qualcosa da dire, o far conoscere una storia che vale davvero la pena di raccontare. Io avevo in mente questa storia già da un po’, e sentivo l’urgenza di raccontarla ma ho avuto bisogno di tempo per trovare il modo giusto di farlo. È stata davvero un’avventura entusiasmante, e mi pento di non averci provato prima. Inoltre, sebbene inesperta, ho avuto al mio fianco degli ottimi capitani che mi hanno saputo consigliare. Mi sono fidata del loro parere.

Un aspetto del libro riguarda l’archeologia. L’Italia è un museo a cielo aperto, capita di vedere tesori meravigliosi tra la spazzatura e l’abbandono. Sembra che al nostro patrimonio storico-artistico tengano più all’estero (dell’area archeologica di Siponto se ne parla fuori dai nostri confini). Cosa ne pensa?

In generale il valore di qualsiasi cosa è esaltato dal desiderio di possederlo. All’estero possono solo guardare con meraviglia, e un po’ di invidia, ma a parte questo, c’è stato davvero un periodo in cui certi aspetti di storia locale erano più noti all’estero che non in patria e nei luoghi interessati. In Germania, nel Regno Unito molti studiosi hanno dedicato i loro lavori al meridione d’Italia, al Gargano a Pompei. La “archeologia” con la A maiuscola per anni è stata appannaggio soprattutto degli inglesi e degli americani, a fronte di maggiori risorse messe in campo da finanziatori privati. Da noi l’indagine archeologica ha seguito altri percorsi, si è mossa molto lentamente, a piccoli passi, con progetti, potendo contare su finanziamenti contingentati. Si scava per poco tempo e spesso si pone il problema della messa in sicurezza del sito e della conservazione dei reperti. Tra l’altro il concetto di tutela di un bene culturale, come anche il reato di furto archeologico, è relativamente recente. La creazione dei parchi archeologici è stato un passo importante e necessario per contenere l’inesorabile depauperamento dei siti di interesse storico. Ma non è bastato e gli stessi parchi si sono rivelati un’istituzione per certi aspetti anche vincolante e di difficile gestione. In tutto questo il fenomeno degli scavi clandestini a opera dei cosiddetti tombaroli continua, lento e inesorabile, con margini di guadagno notevoli, e va ad alimentare altri canali illeciti. E i proventi del mercato nero delle antichità in gran parte costituiscono fonti di sovvenzionamento del terrorismo internazionale. L’archeologia è un settore affascinante, che riserva ancora tantissime sorprese. Servono fondi, risorse, idee e innovazione. Oggi la maggior parte dei parchi sono diventati musei visitabili e sta cambiando la prospettiva della fruizione museale; il sito delle Basiliche di Siponto ne è il primo esempio.  

Un altro nodo del libro, che non viene mai sottolineato, ma che respira di vita propria, è il Meridione e “l’essere meridionali”. Si dice che agli italiani, e ancor di più a quelli del Sud, piace parlare male di sé stessi finché non lo fa qualcun altro, allora poi diventano campanilisti. Secondo lei bisognerebbe superare questo concetto o dargli una connotazione che non sia necessariamente negativa? Il Sud ha delle qualità bellissime e delle risorse intellettuali eccezionali, basta guardarsi indietro.

Ada viene zittita dai suoi nuovi amici, perché parla con un accento romano, ma lei rivendica la sua origine, ricorrendo ad un’espressione significativa: IO sono di qua, per rivendicare e affermare la propria appartenenza alla terra che calpestava.L’aspetto che la contraddistingue e che fa sì che molti inizino a tenerla in considerazione è la sua conoscenza del passato. Lei parla con i libri e loro le rispondono, e in essi vi trova le risposte che altri non vi avrebbero saputo cogliere. Ada incarna l’idea del meridionale che conserva integra la consapevolezza della sua cultura indipendentemente del luogo in cui si trova e a prescindere delle persone con  cui  interagisce. I nomi, suo e di suo fratello, hanno un forte richiamo alla Puglia e in sé custodiscono un pezzetto della propria storia e al pari di altri nomi conservano la memoria della terra di origine. Anche portare con fierezza il proprio nome può fare la differenza. Se qualcuno parla male della nostra terra è perché glielo permettiamo. L’essere meridionali racchiude un mondo, intriso di una cultura fatta di storia ma anche di mistero. Come tutte le cose anch’essa ha un risvolto della medaglia, ma per fortuna le facce sono sempre due. Sarebbe giusto far risaltare altri aspetti, offrendo una chiave di lettura alternativa. Ma devono essere i meridionali i primi a crederci.

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