Libri

Vincere, vincer-si, avVinti: Giovanni Endrizzi e la storia di Nik

di Gabriele Ottaviani

Giovanni Endrizzi è l’autore di AvVinti e vincitori – Storia di Nik: Convenzionali lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Ho pensato agli “invisibili”, ai giovani che si sentono trasparenti, che non hanno la fortuna di incontrare un insegnante o un allenatore che scorga le loro potenzialità e li sostenga nello scoprirle. A loro è dedicato questo libro. Vorrei che si sentissero riconosciuti per quel che devono affrontare. È facile convincere un ragazzo, anche il più dotato, che nella vita non combinerà niente di buono. Basta nascondergli le sue qualità o semplicemente non dargli l’occasione di metterle alla prova. Essere “visti” e riconosciuti ci stimola invece a “metterci in gioco”, a scoprire i nostri talenti e, perché no, anche i nostri limiti. Queste consapevolezze diventano la forza per conquistare l’unica felicità piena, quella che costruiamo con le nostre mani. Per questo ho scritto la storia di Nik, lasciando che sia ognuno di noi, giovane o adulto, a scorgere in essa qualcosa che gli appartiene.

Chi è Nik? E cosa c’è di Nik in ciascuno di noi?

È un bambino con gli occhi sorridenti e innamorato del mondo. Diventerà un ragazzo intelligente, atletico, brillante: ha tutte “le carte” in regola e potremmo considerarlo un predestinato. Ma non è così consapevole delle proprie qualità, si è trovato spesso solo e porta dentro anche qualche fragilità, legata al carattere, alla solitudine vissuta, alle naturali difficoltà dell’adolescenza. È un’esperienza comune a tutti; sappiamo quanto sia difficile debuttare nella vita: tutto è nuovo, complicato, ci sembra di non azzeccarne una. Nik, di fronte ad alcune avversità, nei momenti cruciali della vita, quelli dove il presente diventa futuro, non prende in mano il timone, si affida al corso degli eventi e la sua strada imbocca direzioni che lo portano lontano da sé. Tutti possiamo riconoscerci in lui, tutti prima o poi arriviamo a chiederci se davvero siamo diventati ciò che da bambini aspiravamo ad essere o dove la nostra vita abbia imboccato un sentiero sbagliato che ci ha fatto perdere occasioni.

Da sempre si occupa di sociale, è impegnato contro la tossicodipendenza, l’alcolismo, la ludopatia: come si contrastano le dipendenze? E come mai riescono a condizionare in modo così determinante le esistenze delle persone più fragili? Con quali meccanismi si insinuano nella quotidianità?

Provi a pensare a cosa accade se, quando siamo stanchi, in ansia, imbarazzati, nervosi o annoiati, estraiamo dal pacchetto una sigaretta e ci affidiamo a lei perché risollevi le nostre sorti, anziché reagire con le nostre energie; col tempo avremo sempre meno coscienza delle nostre risorse, ci sentiremo sempre meno capaci, mentre quella sigaretta diventerà sempre più importante, al punto da non riuscire a farne a meno. Vale per le sostanze (droga, alcol, tabacco) come per i comportamenti (gioco d’azzardo, shopping, social network): diventeranno loro i protagonisti al centro della vita. Entrano come “sollievo” o “piacere” e sono in realtà un furto di felicità, perché ci tolgono il fastidio e la soddisfazione di scoprire le nostre certezze. Prevenire o curare le dipendenze significa, nella sostanza, spiegare questa usurpazione e aiutare a scoprire i propri talenti.    

Ho l’impressione che gli adolescenti del 2021 siano per certi versi molto più all’avanguardia e per altri viceversa molto più smarriti, ingenui, privi di punti di riferimento ed esposti al pericolo rispetto a chi è stato ragazzo nella società dei primi anni Duemila: qual è l’idea che ha dei giovani?

Il mio insegnante di neuropsichiatria infantile ci ammoniva: diffidate delle diagnosi, vi parlano dei deficit, ma nulla dicono di cosa un bambino down o autistico potrà realizzare nella vita. Ragazzi con disturbi dell’apprendimento o handicap arrivano a laurearsi e vivono felici perché i loro genitori o gli insegnanti non si sono fermati alle diagnosi. Siamo noi adulti a volte a non saperci mettere in gioco; i ragazzi esprimono qualità e fragilità per quel che la generazione adulta ha consentito loro: diamo spazio ai ragazzi per esercitare iniziativa e responsabilità e molte cose cambieranno.

Perché tanti pregiudizi e tante generalizzazioni sui giovani?

Sentenze “definitive” sui giovani, che sembrano scritte oggi, ci sono giunte da Socrate, Esiodo, addirittura da inscrizioni babilonesi di 5000 anni fa. Suppongo dipenda dal fatto che gli adulti tendono a scindere e proiettare ad altri proprie responsabilità e fallimenti. Giorgio Gaber cantava La mia generazione ha perso riportando la sentenza, questa volta, sugli adulti. Io voglio mostrare una storia vera e diversa: un messaggio di fiducia a tutti, ai giovani e a chi vive a stretto contatto con loro. Tutte le storie possono cambiare e c’è sempre un finale da conquistare. 

Come hanno influito i necessari lockdown sulle vite delle persone soggette a dipendenze?

Lockdown e chiusure hanno martoriato le relazioni; i più esposti sono proprio i giovanissimi e oggi la ripresa della scuola è per loro una festa. Ma nel caso delle dipendenze è avvenuto l’inverso. Prendiamo il caso del gioco d’azzardo: molte persone hanno ridotto o sospeso del tutto il consumo di azzardo, con grande beneficio per la salute, le relazioni familiari e la qualità della vita. Mi hanno scritto persone dicendo che, in quel periodo, la notte hanno ripreso a sognare. Questo ci deve aiutare a capire.

Quali sono i rischi che si corrono?

Con la riapertura delle attività del gioco d’azzardo, per molte persone in trattamento c’è ora un rischio di ricaduta; per molte altre che si trovano sole, disoccupate e sfiduciate, c’è il rischio di un riversamento alla ricerca di un’illusione, di un anestetico per la sofferenza interiore. Il principio di precauzione deve guidarci mentre acquisiamo dati per poter leggere questi fenomeni.

Com’è cambiato il rapporto genitori/figli negli anni secondo lei?

Si è affievolito. Nei decenni del dopoguerra l’emigrazione e l’urbanizzazione, determinate dalla ricerca di riscatto economico, hanno portato ad una disgregazione della famiglia allargata che comunque offriva uno spazio di crescita più ricco di relazioni. Nel contempo i genitori erano assorbiti dal lavoro, non capendo a volte i bisogni dei figli e le proprie responsabilità educative, che invece, proprio nei nuovi piccoli nuclei familiari aumentavano… “Quasi che i figli – dove li metti, li metti – dovessero crescere da sé, come le cipolle o le carote, che poi non è vero nemmeno per la verdura”, così si legge in un passaggio del libro. Oggi i genitori sono attanagliati tra la crisi pandemica e il non avere avuto esempi solidi a cui riferirsi: ogni educatore tende ad applicare il modello educativo a cui è “sopravvissuto”. Ma il problema principale è l’avvento dei media di massa, iniziato con la televisione e approdato al fenomeno dei social media che sono diventati l’agenzia educativa più potente e capillare, con modelli e stili comunicativi improntati al consumo, all’avere, all’apparire, prima che all’essere.

Nel contrasto alle dipendenze qual è il ruolo degli educatori?

Le dipendenze nascono dall’interazione tra le caratteristiche della persona, dell’ambiente e della sostanza: significa che una persona, pur con le sue vulnerabilità, in un dato ambiente – o di fronte ad una forma di azzardo più aggressiva – si ammala, in un ambiente più tutelante no. Le dipendenze hanno cause complesse e impattano su tanti aspetti della vita: economico, sociale, relazionale, e vengono curate da équipe multiprofessionali; l’educatore professionale può intervenire nei contesti di ascolto, nell’aiutare i pazienti a comprendere le errate convinzioni, nell’elaborare e verificare strategie nuove per modificare lo stile di vita e recuperare equilibrio.

E chi sono i soggetti più importanti?

Fondamentale è la prevenzione. Personalmente, più che inculcare ai ragazzi “le istruzioni della propria vita” (sarebbe illusorio e sbagliato) cerco di spiegare cosa sia il piacere. Siamo portati a pensare che sia un qualcosa di superfluo, ma in natura esso è un premio per una fatica: il bel voto a scuola, il “grazie” di un amico che abbiamo aiutato, sono stimoli a ripetere le azioni che migliorano la vita nostra e di chi ci sta accanto. Il piacere che una mamma prova allattando è lo stimolo a sostenere le notti insonni e la continua attenzione per il suo bambino. Non c’è un piacere naturale che non sia connesso a un aspetto importante della vita. Il problema è quando esso arriva in modo artificiale, perché avremo comunque un’irrazionale spinta a ricercarlo come un qualcosa di vitale, pur capendo che ci fa male; ecco perché, ad una persona dipendente, la droga o l’azzardo appaiono più importanti del proprio lavoro, della propria vita affettiva, della vita stessa. Quando i ragazzi scoprono come i giochi d’azzardo siano strutturati in modo da dare dipendenza e con quali trucchi inducano distorsioni cognitive, restano sorpresi e sviluppano senso critico. Poi, però, dobbiamo offrire loro la possibilità vera di costruire alternative sane e virtuose  per conquistare da se stessi le proprie vittorie: allora non avranno bisogno di “vincite”: una vincita è una vittoria senza orgoglio. È compito di tutti gli educatori: allenatori, insegnanti, capi scout, catechisti, genitori… ed è anche a loro che ho voluto dedicare il libro.

La nostra società pare sempre più rabbiosa, invidiosa, ostile e competitiva, sembra si debba sempre vincere a tutti i costi: ma vincere cosa? Qual è la vera vittoria che ogni giorno dovremmo cercare di conquistare?

Vincere nella vita è prima di tutto vincer-si; sciogliersi dalle catene, diventare liberi e riuscire ad essere se stessi. Ai ragazzi, ma anche ai loro genitori, consiglio di leggere la lettera sulla felicità scritta da Epicuro a Menecèo; ebbene: non è un invito all’edonismo a coltivare i piaceri fine a se stessi, anzi, predica disciplina e impegno, per raggiungere ciò che più conta. Essere felici della nostra interiorità è il miglior antidoto contro l’invidia, la rabbia, il bisogno che qualcun altro perda.

Lei è senatore: cosa sta facendo la politica per permettere ai ragazzi di raggiungere la propria realizzazione?

Il pericolo numero uno è quello che io chiamo “noia scura”, il sentimento di chi avverte le proprie qualità ed energie inutili e sprecate, come può accadere a un bambino malato, un anziano solo, una persona disoccupata… ed è mortifera. Dopo le esperienze dolorose della pandemia dobbiamo garantire ai ragazzi di poter tornare a scuola, la possibilità di avere relazioni sociali serene, vivere all’aperto e avere contatti reali, concreti, più occasioni di praticare musica, arte, sport… Winnicott correlava il livello di salute psichica di una popolazione agli spazi di creatività. Esperienze da moltiplicare sono quelle delle amministrazioni pubbliche che sostengono partecipazione e protagonismo dei giovani, fino ad affidare ai ragazzi la scelta, l’ideazione e la gestione di progetti per il loro territorio. A livello nazionale sono importanti le politiche per la formazione, il lavoro, l’impresa economica. Dobbiamo credere in loro e smettere di enfatizzare la sorte e il successo facile: il divieto di pubblicità e sponsorizzazione del gioco d’azzardo deve restare. Utilizzare le maglie dei campioni dello sport, che in questa magica estate hanno fatto sognare tanti ragazzi per promuovere il gioco d’azzardo, anziché i valori propri dello sport – l’impegno, la fatica gioiosa, il fare squadra, far crescere i talenti – sarebbe contro natura.

Gli adolescenti si interessano ancora alla politica? E la politica si interessa a loro, anche quando, perché minorenni, non sono ancora elettori?

Osservando la politica dall’interno, sono stato sorpreso di quanti giovani si stiano interessando alla vita della comunità proprio in questi anni; tantissimi si impegnano nel volontariato, nel servizio agli altri, nell’associazionismo culturale, sportivo, nella tutela ambientale;  da qui si inizia a conoscere il mondo e a prepararsi ad essere in futuro dei buoni politici. Sostenere il loro impegno non significa blandire gli elettori di domani; valorizzare i talenti significa avere cura del futuro di noi tutti.

Lei è membro della commissione bicamerale antimafia: che risultati avete ottenuto in questi anni nella lotta alla criminalità organizzata?

Sono stati raggiunti importanti successi nella repressione, con arresti, anche recentemente, di figure di spicco della criminalità; sul gioco d’azzardo sono state sgominate estese reti che tramite prestanome infiltrano anche l’offerta pubblica autorizzata dallo Stato. Non dobbiamo deprimerci quando viene scoperta un’organizzazione criminale o un Comune viene sciolto per mafia: è il segno anzi che lo Stato reagisce. I meriti vanno in primis alle Forze dell’Ordine e alla magistratura. La politica ancora deve fare molto, dobbiamo gestire meglio i beni confiscati alle mafie: restituirli alla comunità è un monumento alla forza dello Stato e una perdita di immagine per i mafiosi, ciò che temono di più. E ancora serve estendere le collaborazioni e le normative antimafia con accordi internazionali, così come le mafie si stanno diffondendo e collaborando tra loro. 

Cosa si augura per il futuro dell’Italia e dei suoi giovani?

Che ciascuno di noi senta prima di tutto padre o madre di ogni ragazzo, prima ancora di essere medico, geometra, elettricista o senatore.

Se oggi di fronte a lei ci fosse Nik, quali sarebbero le sue parole?

“Vedo le cose contro cui devi combattere. So che è dura. E vedo le tue qualità che ancora non sai. Se vuoi cominciamo a scoprirle insieme”.

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