Libri

“Melina”

di Gabriele Ottaviani

Melina, silloge di sei racconti di varia estensione di Saverio Strati, venne respinta quando era ormai in bozze da Mondadori (1991) e, nonostante fosse pubblicata dalle edizioni Lupetti/Manni (Milano-Lecce 1995), non ebbe molta fortuna.

La quarta di copertina del libro invita a considerare come tema comune dei racconti L’amore offeso che è anche il titolo del quarto racconto veramente insignificante alle pagine 101-107 del libro; e sempre lì leggiamo che

L’insulto ai sentimenti … è sempre legato all’ambiente, sia che si tratti del mondo chiuso e tradizionale della cultura contadina sia di quello apparentemente rinnovato della città; è dunque metafora della inautenticità dei rapporti umani nel nostro tempo.

Altro minimo comune denominatore potrebbe rintracciarsi in una sorta di entropia insistita del rapporto pedagogico come avviene nelle prime due storie, storielle le chiamerei  e poco valore anch’esse: 1) il primo (Gigino, 7-21) parla in modo caricaturale e inverosimile dei disastri prodotti nell’animo di uno studente liceale da una madre iperprotettiva; 2) Il secondo (La coppia, 21-35) racconta la storia di due bambini, un maschietto e una femminuccia, che, appartenenti al medesimo  milieu sociale di piccoli proprietari di paese (fra le quali c’era «una vecchia ruggine di rivalità, di prestigio, di boria di sangue», (22), percorrono appaiati il loro curriculum di studi dall’asilo al liceo e vivono in una perenne ambiguità circa il loro destino futuro: Elio è innamorato ed anche i suoi familiari pensano sempre a Maria come una sua possibile fidanzata o sposa; lei, al contrario, considera Elio come un amico confidente e utile compagno di classe ma mai come un possibile compagno di vita: «Perché doveva accadere che Eliù s’innamorasse di lei? Dio santo, solo a immaginarsi a letto con lui, le veniva un brivido di raccapriccio. Era come coricarsi nuda con un parente carnale, Una sorta di incesto che le levava il respiro e la voglia di vivere» (25). L’ultimo equivoco interno alla «coppia» si scioglie quando, incontrandosi davanti alla villa di lei si scambiano due battute che non lasciano più spazio a quell’asincrono e prolungato gioco delle parti: Elio vuole comunicarle che ha convinto i genitori a presentarsi alla di lei famiglia per chiedere la sua mano per l’innamoratissimo figlio, «anche loro sono felici che io te …»; lei, invece, taglia corto: «Che io e te cosa? … Eliù, quanto siamo imbecilli tutti e due … Io sabato della prossima settimana sposerò Roberto.» 

Cesare della fornaia (109-143) è la storia di una laboriosa famiglia di panettieri i cui destini, all’inizio promettenti, sono nelle mani di Donna Filomena, nonna e matriarca del protagonista, che fa appunto la fornaia.

La famiglia imbocca una inarrestabile china, che fa venire in mente quella raccontata da Emile Zola nell’Assommoir, a causa del conflitto scatenato tra le due figlie femmine di    Donna Filomena: Natalina, il cui marito emigrato in America e padre di Cesare ne sosteneva il buon livello di vita, e una sorella che se la passava male ed era invidiosa della di lei fortuna:

La casa di Natalina e quella della sorella erano attaccate ed erano messe in modo che la porta finestra della stanza da letto di Natalina dava proprio sulla porta d’ingresso della casa di sua sorella. Un giorno, sulla controra, la zia di Cesare vide suo marito scavalcare la bassa inferriata della porta finestra che dava sulla stanza da letto di Natalina. Stette per un momento ad origliare tutta tesa e rossa in viso e, dopo un poco, senza ritegno, senza badare ai guai che avrebbe provocato, scoppiò a gridare con quanto fiato aveva in corpo e chiamò a raccolta il vicinato: … «Là dentro stanno i due drudi. … Natalina restò a bocca aperta ed ebbe, dopo un pezzo, appena il fiato di dire che suo cognato era entrato per misurare il pavimento, giacché aveva in programma di cambiare i mattoni vecchi, e rotti e smossi. (115)

A parte l’improbabilità che una contadina calabrese, scoprendo il marito che entrava in casa di sua sorella  in piena controra (nel primissimo pomeriggio di una afosa giornata estiva), non avrebbe certo scagliato contro i traditori un sostantivo (drudi) della tradizione colta e dantesca, rimane il fatto dell’inverosimiglianza di quell’originale quanto catastrofico casus belli: chi crederebbe infatti che di quel lavoro non certo ordinario, la sostituzione del pavimento ormai consunto, non ne avessero parlato le sorelle e magari anche la loro madre e non fosse noto anche al vicinato. E che bisogno c’era che quelle misure venissero prese nella «controra» e senza che il marito comunicasse alla moglie cosa stesse andando a fare a casa della sorella e magari da essa si facesse accompagnare?

La responsabilità della credibilità del racconto, che inficia tutta la successiva  architettura barocca sulla ignobile prosecuzione della vita di Cesare della Fornaia e sulla rovina di tutta una genia, non sta tanto nell’imprudenza della figlia presunta cornuta di Donna Filomena quanto nella mente dello scrittore che aveva scelto una così inverosimile successione di avvenimenti.

Rocco bay bay, 35-101, appare un racconto ben riuscito: ci sono dialoghi e scontri tra Rocco, calzolaio musicista contadino e persino barbiere, che si era conquistato quel soprannome in forza di limitata anglofonia «contratta» dopo un periodo di prigionia in India nel corso del II conflitto mondiale, e la madre che ha sempre contato molto sulle di lui scelte para-matrimoniali finite, forse per questo, tutte in malora.

Le preoccupazioni materne verso quel figlio che sta invecchiando e non trova l’anima gemella hanno in realtà la coda di paglia: è stata lei stessa la principale concausa, assieme alla vanità della candidata, che aveva distratto il figlio dal convolare a giustificabili nozze con una sua fiamma del periodo giovanile.

E Caterina, tale era il nome della donna che aveva rovinato la gioventù di Rocco bay bay e che si era ripresa la rivincita sull’invidia dei compaesani con un matrimonio che ricchissima l’aveva resa, era tornata dopo alcuni decenni in paese, per la festa del santo patrono, infusa di quella bellezza che orna le donne fatali. E aveva incrociato di nuovo il destino del povero calzolaio che era in procinto di sposare una vedova di emigrati tornata in paese ad esibire le dovizie economiche conquistate oltre Atlantico.

E Rocco, alla vista di quella ammaliatrice che aveva turbato e molto la sua giovinezza, ne fu profondamente turbato:  

Ma con la festa tornò anche Caterina. Inattesa e sbalordendo tutti con la sua bellezza ed eleganza. Scese dal taxi con la disinvoltura di un’attrice, con la sua borsa al braccio, le labbra e le unghie dipinte, i guanti bianchi, la veste leggera e svolazzante e gli occhiali da sole. Agile nel corpo e con il viso splendente, Gli uomini a vederla rimasero a bocca aperta. Caterina lo capì e ne fu assai felice …  (93). 

E Rocco bay bay si intrufola nella casa di Caterina, ove lei lo accoglie con dolcezza, e si dichiara disposto a lasciare tutto per lei; e la donna risponde come aveva risposto Maria ad Elio in chiusura del racconto La coppia:

«Oh, Rocco!» … «Anche tu ti metti a farmi proposte? … Noi siamo amici, siamo stati insieme sin da bambini, ricordi? Non ricordi niente di quando si era  bambini e si giocava a marito e moglie?»  (98)

Ma, a differenza del primo racconto («tanto è vero che il figliolo di Elio e la figliola di Maria, che hanno la stessa età, stanno insieme anche loro: frequentano la stessa scuola, corrono per i campi, sono sempre in giro qua e là per la casa a farsi i capricci e sono anche loro soprannominati: La coppia», 34) qui non c’è il lieto fine:

Rocco, accecato, le si buttò addosso per baciarla. Caterina si difese ma Rocco insistette e Caterina lo morse alla guancia con furia da can mastino.  Rocco non capì più nulla. Prese il collo di Caterina fra le sue mani forti e strinse, strinse, strinse, finché non le vide gli occhi sbarrati e fissi, fermi, e la lingua tutta fuori dalla bocca. (100).  

Melina

Anche Melina, 76 pagine, 143-219, quasi un romanzo breve, è collocabile nel genere delle distorsioni pedagogiche di cui abbiamo parlato a proposito di Gigino e de La coppia

Qui la distorsione consiste nella aspettativa smodata della mamma di Melina, dal suo sogno che dalla frequenza scolastica la figlia lucrasse quella condizione di agiatezza che essa invidiava nelle persone presso cui andava a servizio; aspettativa solo temperata dalle osservazioni del padre della ragazza che voleva ponderare meglio la decisione della moglie ma che, alla fine, fu costretto a piegarsi all’emigrazione per accontentarla nella sua voglia di usare gli studi della figlia come mezzo di rivincita sociale: 

Il mondo, si disse, è per la gente che sa e lei desiderava appassionatamente, voleva a costo di tutto che sua figlia sapesse, imparasse in modo da poter fare anche lei la vita della signora in una bella casa  piena di mobili lucenti e col marito professionista e con tanti bambini che giocavano nel cortile e dicessero ai genitori: mamma e papà. (144) … voglio una figlia signora io (147).

Ma lo sforzo dei genitori di Melina per farla studiare era controbilanciato dalla sorda ferocia degli altri piccoli borghesi «arrivati» che oltremodo disprezzavano la scuola che mescolava ricchi e poveri:

Questa mescolanza che c’è far ricchi e e poveracci. I figli dei professionisti sono messi alla pari dei figli dei villani. Questo non è giusto Anche perché certune cominciano a darsi tali arie. (153) Anche le altre signore cantavano la stessa lamentela. I loro figli facevano copia coi figli dei villani. La scuola stava rovinando tutto: non c’era più prestigio, non c’erano più i ceti, rispetto e distanze. La figlia di una di esse era già fidanzata con i figli del fabbro che studiava per avvocato (154)

E alfine Filippo, il padre di Melina, giunse a Milano dove la sua dedizione al lavoro viene riconosciuta e pagata bene dal datore di lavoro. Costui, attraverso una fotografia, si innamora della ragazza e va perfino in Calabria a conoscerla.

E qui si scopre che Melina, già fidanzata con un rampollo di famiglia mafiosa, dimostra coraggio nell’abbandonare il vecchio amore e nello scegliere, con gran subbuglio nelle coronarie dei genitori, un vecchio amore da lei segretamente  coltivato al posto dell’industrialotto sognato dal padre.

Indubbiamente una scelta di libertà che mette in crisi i progetti di rivincita della madre e che, paradossalmente, è il risultato di quello studio inculcato dalla genitrice che ora, contro il di lei volere, rende assolutamente libera e indipendente Melina.

 Se passiamo dalla fabula a considerare gli aspetti linguistici dobbiamo registrare un italiano ulteriormente rinsecchito e standardizzato senza che vi si possa trovare traccia delle ricche e significanti parole dialettali che colorivano il racconto dei suoi romanzi migliori; qui il dialetto lo si trova solo qualche volta e per di più in una forma di banale e sprezzante parodia verso il povero semianalfabeta di cui lo scrittore si immagina di trascrivere la missiva:

Avevano fissato l’appuntamento per lettera che Melina aveva scritto e a cui il cugino aveva risposto in una lingua illeggibile. In certe parole c’erano tre t o una p e delle h che non c’entravano. Diceva: t’aspettto dove finisce il treno sullo marcia a ppiedi dove il treno arriva e la loccomotiva siferma, oh ppure nella sala di aspetttose non mi vedi dove tho deto (161) 

E al posto del dialetto appaiono diversioni linguistiche con termini coniati dallo scrittore di cui si intende il contenuto ma il cui impiego non può che lasciare molto perplessi: si veda  a pagina 121  il «si improperassero», riferito alle contadine che si dicevano reciproche malevolenze, o, a pagina  143, « si imparadisava dalla gioia alle parole dei professori» che sta al posto del più lineare «era gioiosa per le parole dei professori».

E ancora si consideri, a pagina 162, l’espressione «mi piaceva di vedere tutta sta cristianità» che sta al posto di «tutte quelle persone»; qui lo scrittore ha prima «tradotto» dal dialetto calabro-romanzo «persone» con «cristiani» e poi ha astratto dai «cristiani» la «cristianità», che nulla aveva a che fare con il senso della frase.

Un prodotto, l’intero libro, che, nella compensazione tra momenti felici e meno felici della narrazione, raggiunge risultati sufficienti ma certamente non eccezionali; ciò può ben giustificare da solo il rifiuto editoriale della casa editrice Mondadori.

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