Intervista, Libri

Rossella Rossini racconta Eleanor Roosevelt

di Gabriele Ottaviani

Rossella Rossini è una straordinaria esegeta della figura di Eleanor Roosevelt, di cui dona a Convenzionali uno splendido ritratto. Grati, ecco a voi le sue risposte alle nostre domande.

Chi era Eleanor Roosevelt?

Eleanor Roosevelt è stata una delle massime rappresentanti del pensiero e dell’azione progressista del ‘900, negli Stati Uniti e non solo. Appartenente a una famiglia della upper class newyorkese, dopo un’infanzia e un’adolescenza infelici, segnate dalla perdita precoce di entrambi i genitori, compì gli studi in Inghilterra presso una scuola femminile internazionale a poca distanza da Londra la cui direttrice e insegnante, Marie Souvestre, di origine francese e di grande cultura, femminista e pacifista, ebbe su di lei una grande influenza e le consentì di acquisire sicurezza e indipendenza. Al rientro in patria, appena diciottenne, la giovane Eleanor s’impegnò subito in attività di volontariato sociale e civile svolgendo indagini per la Lega dei consumatori sulla sicurezza e salubrità delle merci e sulle condizioni di lavoro della manodopera in fabbriche di abbigliamento e grandi magazzini e facendo doposcuola a bambini immigrati, sporchi e dagli abiti sdruciti, in una casa di accoglienza nel Lower East Side, uno dei quartieri più fatiscenti, poveri e malfamati della città. Una volta si fece accompagnare dal lontano cugino Franklin, allora studente a Harvard, con il quale nacque un rapporto profondo e duraturo, basato anche sulla condivisione del senso di giustizia sociale, che nel 1905 avrebbe condotto la coppia al matrimonio, celebrato a New York nella cattedrale di St. Patrick, dove a condurre la sposa all’altare fu lo zio, Theodore Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti. La vita andò avanti tra gli impegni istituzionali di Franklin – senatore, sottosegretario alla Marina e governatore dello Stato di New York – e la militanza di Eleanor nel partito democratico e nell’associazionismo femminista e antirazzista, la nascita dei figli e le sue attività professionali di insegnante, imprenditrice e titolare di rubriche giornalistiche, più tardi anche radiofoniche, lette e ascoltate fino negli angoli più remoti della sua immensa nazione, che non si stancò mai di visitare. Quando Franklin, colpito dalla poliomielite che nel 1921 gli aveva paralizzato le gambe, fu eletto presidente era il 1932 e il paese era nel pieno della Grande Depressione scoppiata dopo il crollo di Wall Street nel 1929. A partire dall’ingresso alla Casa Bianca nel marzo del 1933 e fino alla morte del marito nel 1945, la first lady non esitò ad agire come “occhi e orecchie” del presidente, percorrendo più di 40.000 chilometri per riferirgli delle condizioni in cui versava, in ogni settore, una popolazione che si trovava ad affrontare la peggiore crisi economica della storia. Anche su tali resoconti Franklin Delano Roosevelt basò le politiche riformatrici del New Deal. Dopo l’esperienza della first ladyship Eleanor, senza mai allentare l’impegno politico, civile e sociale che ha caratterizzato la sua intera esistenza, in particolare a fianco delle donne, dei neri e degli immigrati, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia come delegata degli Stati Uniti nella neonata Organizzazione delle Nazioni Unite spendendosi, con sapienza e diplomazia in un mondo diviso in due blocchi contrapposti, per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata a Parigi il 10 dicembre 1948, di cui è considerata la principale artefice.

Che ruolo ha ricoperto nella storia americana e non solo?

Il ruolo che Eleanor Roosevelt ha ricoperto nella storia americana e mondiale è legato all’azione da lei svolta su più piani e in molteplici campi di attività sotto la spinta della sua fede progressista, come succintamente illustrato nella risposta precedente. Qui vorrei sottolineare che i cambiamenti collegati alla presenza di questa figura e alla sua straordinaria capacità di incidere sul corso degli eventi non sono stati cancellati dalla difficile fase di negazionismo che ha portato l’America dei Roosevelt, del New Deal, della guerra al nazifascismo, del Piano Marshall e così via nelle mani di Donald Trump e alle esplosioni di violenza razzista contro i neri e gli ispanici. Una volta sparsi, i semi restano e sono sempre pronti a produrre nuovi frutti. I semi gettati da Eleanor nel terreno della sua nazione e in quello della politica e delle relazioni internazionali hanno continuato e continuano a fermentare.

Qual è l’aspetto della sua parabola esistenziale che ritiene più interessante?

La parabola esistenziale di Eleanor Roosevelt ha visto una giovane donna lottare con la massima dedizione per la tutela e la promozione dei diritti dei più bisognosi e portare avanti questo impegno anche una volta assurta a posizioni di primissimo piano, soprattutto in qualità di moglie prima del del vice-ministro alla Marina, poi del governatore dello stato di New York e infine del presidente degli Stati Uniti, per gli oltre tre mandati che ne hanno fatto la padrona della Casa Bianca dal 1933 al 1945. In questo lungo arco di tempo, che copre alcuni decenni, quella di Eleanor è stata un’esistenza vulcanica. Mentre svolgeva il suo ruolo istituzionale, Eleanor non ha mai rinunciato ad avere la propria vita, la propria professione e la propria indipendenza, anche economica. Pur avendo avuto sei figli, di cui uno perso in tenera età, insegnava in una scuola femminile, della quale era anche co-proprietaria, e gestiva una fabbrica di mobili. Era attiva nel partito democratico, di cui curava la pubblicazione del giornalino “Women’s Democratic News”. Militava nell’associazionismo, sia femminile, sia a sostegno degli immigrati e in tutela dei consumatori, sia volto a tutelare e migliorare le condizioni di lavoro. Teneva conferenze, parlava alla radio e scriveva: dal 1921 fino alla sua scomparsa nel 1962, Eleanor scrisse 27 libri, oltre 8.000 rubriche, 580 articoli e 850 saggi. Ricevette una media di 45.000 lettere l’anno, con picchi fino a 300.000 quando era first lady. Dal 1945 al 1948 la sua voce poté essere ascoltata via radio in 30 interviste o discorsi radiofonici e tra il 1948 e il 1961 fu ospite di 326 trasmissioni. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta affrontò con successo anche lo schermo televisivo, conducendo propri programmi e tavole rotonde. Alle cifre citate vanno aggiunte circa 150 conferenze l’anno, negli Stati Uniti e anche all’estero, spesso retribuite. Se poi alla biografia affianchiamo il suo pensiero, in buona misura dedicato proprio a promuovere i diritti delle donne, il quadro è completo ed è a tutto tondo. Mi sono così spinta oltre la vita vissuta da Eleanor a fianco di Franklin Delano, inoltrandomi negli anni successivi che l’hanno vista dare un contributo fondamentale alle relazioni internazionali e alla costruzione del mondo che noi conosciamo, regolato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite con le sue agenzie e i suoi obiettivi di pace e sviluppo, dove svolse un ruolo di primo piano nella elaborazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, universalmente riconosciuta come “Magna Charta” dell’umanità. Nella sua capacità di portare le grandi potenze della terra ad aderire a un progetto di tale portata (il documento fu approvato con 48 voti a favore, 8 astensioni e due assenze) dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, del nazifascismo e dello stalinismo e alla vigilia della Guerra fredda sta, a mio avviso, il punto più alto della parabola esistenziale e politica di Eleanor Roosevelt.

Eleanor Roosevelt ha delle eredi nella contemporaneità?

Sono fermamente convinta dell’unicità della figura di Eleanor Roosevelt nella vicenda politica del Novecento e odierna, almeno nella civiltà e nella cultura occidentali cui appartengo. L’unica erede che intravedo nella contemporaneità è Angela Merkel, per le sue doti di statista e alla quale va il merito di aver unificato un paese diviso in blocchi contrapposti. Il confronto è possibile perché, se è vero che la Roosevelt non ha mai governato in prima persona ed è stata soltanto la consorte del presidente, non possiamo sottovalutare gli sforzi da lei compiuti per influenzare la legislazione del New Deal, per esempio verso il sostegno dell’occupazione femminile o con le sue visioni in economia, favorevoli all’aumento della spesa pubblica e agli investimenti federali e locali e in supporto di quelle che riteneva le basi della democrazia – politiche abitative, assistenza sanitaria e istruzione; o per il superamento delle contrapposizioni tra blocchi a livello internazionale in qualità di delegata degli Stati Uniti all’ONU. Detto questo, a mio avviso restano troppe le differenze sia collegate alla diversità dei ruoli, sia ai rispettivi modi di essere e di porsi come persone. Eleanor, da grande comunicatrice, intrattenne rapporti quotidiani con gli ordinary americans attraverso le rubriche (l’equivalente dei nostri blog) che ogni giorno, dalle colonne di decine di giornali (la più nota, “My Day”, uscì per sei giorni alla settimana dal 31 dicembre 1935 al 26 settembre 1962 su 62 testate negli Stati Uniti e a giorni alterni dal 1961, quando Eleanor era troppo malata per lavorare di più, toccando una vetta di 90 giornali in ogni angolo della nazione e raggiungendo un pubblico di oltre 4 milioni di lettori) e attraverso le onde della radio, portavano la sua voce e il suo pensiero nelle case di milioni e milioni di concittadini, fino negli angoli più remoti della sua immensa nazione: nazione che peraltro percorse in lungo e in largo, fino a compiere quasi 40.000 i chilometri solo nei primi mesi del primo mandato di Franklin alla Casa Bianca, anche agendo in qualità di “occhi e orecchie” di un presidente limitato negli spostamenti dalla poliomielite che lo aveva colpito, paralizzandogli le gambe, nel 1921, al quale riferiva sullo stato in cui versava un paese devastato dalla Grande Depressione seguita al crollo del Borsa del 1929. Basterebbe questo radicamento materiale nella nazione, testimoniato da numerosi episodi da me riferiti nel corso della narrazione, a confermare l’eccezionalità di questa figura nella storia politica del suo paese.

Quale rilevanza ha lo studio della storia nella società frenetica dei nostri giorni?

A mio avviso, il ritmo frenetico a cui oggi si susseguono gli eventi e la loro divulgazione, con conseguente difficoltà a fissarli nella memoria umana, singola e collettiva, rende ancora più importante lo studio della storia affinché sia sempre possibile diffondere e tramandare la loro conoscenza, pena un impoverimento o addirittura la perdita di saperi.

Com’è cambiata, se è cambiata, la politica dai tempi di Roosevelt?

La politica è cambiata di pari passo con l’aumento della sua complessità e con il moltiplicarsi dei luoghi e delle forme del suo esercizio conseguenti alla maggiore scolarizzazione delle popolazioni, alla diffusione dell’informazione e delle conoscenze e alla crescita della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e alla gestione della cosa pubblica, ai diversi livelli. Sperando di non peccare di eccessivo ottimismo, vedo un legame positivo tra gli elementi che ho citato e la politicizzazione delle società. Se si pensa a quando la politica era un mestiere riservato alle élite, il cambiamento è stato enorme. A partire dagli ultimi decenni del secolo XIX si cominciarono a delineare i caratteri di quella che verrà in seguito chiamata “società di massa”, a significare che la società si delineava sempre di più come un luogo di soggetti collettivi: i popoli, le classi sociali, le categorie lavorative e perfino i gruppi di genere, come le donne che diventeranno soggetto sociale e politico con la nascita del movimento femminista. A questo nuovo modello di società non potevano più essere adeguati i vecchi partiti di notabili, gruppi ristretti che rappresentavano élite a loro volta esigue, in parlamenti generalmente eletti a suffragio limitato sulla base del censo. Le classi lavoratrici, soprattutto gli operai delle grandi città industriali, per poter avere un’adeguata rappresentanza parlamentare, anche in relazione al progressivo allargamento del suffragio avvenuto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, dovettero dotarsi di forme politiche differenti, dando vita ai moderni partiti di massa. Il percorso è stato progressivo. Piuttosto che affermare che la politica è cambiata rispetto ai tempi di Roosevelt, mi sembra più corretto dire che la politica è cambiata, radicalmente, a partire dai tempi di Roosevelt e ha continuato a cambiare nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale grazie all’ampliamento e alla diffusione di forme di democrazia rappresentativa ai diversi livelli civici e sociali, accentuando il processo di politicizzazione innescato dalla nascita dei partiti di massa.

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