Intervista, Libri

Gloria Bovio, l’arte e il “postpubblico”

di Gabriele Ottaviani

Gloria Bovio è l’autrice di Postpubblico: Convenzionali la intervista con gioia per voi.

Da dove nasce Postpubblico?

Nel 2016 ho iniziato a dedicarmi allo studio dello spettatore delle arti, per capire il ruolo che il pubblico assume oggi nel confronto con l’opera. Ho fondato un think tank, Dialoghi d’Arte, per raccogliere riflessioni multidisciplinari sui consumi culturali in relazione con i cambiamenti sociali ed economici del nostro tempo. Da quel momento ho invitato sociologi, filosofi, antropologi, storici, curatori, critici, economisti e direttori di istituzioni culturali a confrontarsi sul rapporto tra le arti e il pubblico, ognuno dal proprio punto di vista. Ne sono nate conversazioni particolarmente interessanti per il taglio insolitamente multidisciplinare, era come mettere insieme pezzetti di un grande puzzle. Le conversazioni più significative che si sono svolte tra il 2019 e il 2020 sono state raccolte in Postpubblico, durante la pandemia, perché in quel momento i caratteri dello spettatore contemporaneo sono emersi molto chiaramente.

Che valore ha l’arte oggi?

Inestimabile. E non parlo di valore del possesso – il punto oggi non è più possedere l’opera – parlo del valore della sua fruizione. L’arte e la cultura ci rendono persone migliori, perché ci abituano a confrontarci con ciò che è diverso da noi e che non conosciamo, ci fanno vivere sensazioni sconosciute, ci fanno stare bene, anche fisicamente. Le esperienze che viviamo rapportandoci con l’opera sono parte della nostra identità e, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, ci aiutano nel nostro quotidiano nelle nostre scelte. Questo succede perché arti e cultura coinvolgono l’immaginazione e risvegliano la nostra curiosità, attivano i nostri sensi e ci fanno pensare. Tutto questo oggi è ancora più importante, perché siamo i protagonisti di un periodo storico di grande turbamento e incertezza economica e sociale. L’arte può aiutarci a superare tutto questo, ma per favorire una vera transizione culturale occorre partire dal pubblico contemporaneo, quello che io chiamo Postpubblico, aiutando le persone a essere spettatori più consapevoli e in grado di capire il valore e il significato dell’arte e della cultura. Goethe diceva che non esiste un metodo più sicuro per evadere dal mondo che seguire l’arte, ma anche che nessun metodo è più sicuro dell’arte per unirsi al mondo. L’arte è un mezzo per evadere dal mondo, ma nello stesso tempo è il modo migliore per comprenderlo e avvicinarvisi.

Che cos’è la modernità?

Modernità è qualcosa che ci siamo lasciati definitivamente alle spalle con questa emergenza. Modernità era stabilità, solidità, certezza del presente e del futuro, fiducia incondizionata nel progresso, nell’inesauribilità delle risorse naturali, nel posto di lavoro sicuro per la vita, nella fatica fisica per il raggiungimento di un obiettivo. Modernità era la società di massa compatta e unidirezionale novecentesca. Tutto questo appartiene al passato, perché oggi tutti questi elementi non esistono più. Oggi tutto è precario, flessibile, dinamico, fluido. Abbiamo una visione del mondo radicalmente diversa e riuscirà a vivere meglio chi anziché opporsi al cambiamento ancora in atto, sarà in grado di cavalcare questa flessibilità e ci si adatterà sapendone trovare gli aspetti positivi.

Ha senso parlare di bellezza dopo il dramma del Covid?

Credo abbia ancora più senso oggi, ne abbiamo un gran bisogno. Abbiamo più bisogno di cultura e abbiamo più bisogno di arte.

Torneremo a teatro, al cinema, in un museo come prima, con lo stesso spirito, la stessa disposizione d’animo?

L’emergenza sanitaria lascerà il segno per molto tempo in tutti noi. Gli adolescenti saranno quelli che ne subiranno le conseguenze più pesanti. A loro è stato rubato un pezzo di vita in un periodo fondamentale per la formazione della loro identità personale. Se la guerra al Covid 19 e alle sue varianti è davvero stata vinta e non si presenteranno altre forme virali altrettanto gravi, credo che dopo qualche tempo la maggior parte di noi tornerà a teatro, al cinema o al museo sostanzialmente come prima. Lo faremo per autodifesa, perché vogliamo dimenticare, vogliamo tornare alla nostra normalità, perché siamo esseri sociali incredibilmente bisognosi di relazioni. Il punto è se le istituzioni torneranno a essere quelle di prima, se torneranno a proporre arte e cultura allo stesso modo e questo non credo sia possibile.

Chi sono i fruitori dell’arte oggi? E come sono cambiati e stanno cambiando nel tempo gli spettatori culturali?

Innanzitutto oggi tutti siamo spettatori di qualcosa più o meno consapevolmente. Siamo tutti parte di un variegato Postpubblico, formato da pubblici diversi e instabili che comprendono individui che possono essere anche molto diversi tra loro. All’interno di queste diversità individuali ci sono però dei caratteri che accomunano un po’ tutti quanti. Quello più evidente è il protagonismo che porta lo spettatore contemporaneo a voler rivendicare in ogni azione la propria centralità rispetto a tutti quelli che gli stanno intorno, per emergere dalla moltitudine che lo circonda e per uscire dall’anonimato. È un Postspettatore che non vuole più stare semplicemente a guardare, ma creare, passare cioè dalla parte di chi realizza l’opera piuttosto che restare da quella di chi la fruisce. Gli interessa raggiungere il successo prima ancora che il benessere economico attraverso corsi e concorsi o altri percorsi da autodidatta per la facilità con cui è possibile oggi ricevere informazioni e conoscenze attraverso la rete. Questo non è altro che la risposta ai cambiamenti economici, politici e sociali del nostro tempo perché lo spettatore a qualsiasi epoca appartenga non è altro che l’espressione della società sua contemporanea. La modernità e la società di massa aveva prodotto un pubblico massificato e compatto, mentre oggi, nell’era dell’instabilità e della fluidità il pubblico si è completamente trasformato e continua a evolvere in risposta ai cambiamenti che lo circondano.

Quale sarà il futuro delle arti in un mondo sempre più digitalizzato?

L’arte continuerà a essere fruita in presenza e in modo diretto, perché l’arte è relazione, è incontro con l’opera e con le persone e non c’è nulla che possa sostituire l’esperienza fisica. Non smetteremo di andare a teatro, né di andare al museo e il lockdown ha dimostrato come il tour virtuale della mostra non possa sostituire l’esperienza fisica e relazionale che innesca la partecipazione in presenza. Questo non significa che la digitalizzazione debba rimanere distante dall’arte e dalla cultura. Benissimo la digitalizzazione degli archivi, delle biblioteche, ma anche delle opere di un museo, per permettere di contemplare l’opera che si trova in luoghi lontani non raggiungibili da chiunque. Ma quello che è davvero interessante oggi è la digitalizzazione che dà al pubblico la possibilità di creare contenuti mediali a partire da opere o prodotti culturali che vengono presi, modificati e rimessi in rete da “spettatori iperconnessi” attraverso video, fotografie, articoli. Questo processo innesca nuovi rapporti di relazione tra le persone, ma può portare anche a nuovi dialoghi tra le istituzioni culturali come musei e biblioteche e i loro pubblici, i cui sviluppi si vedranno nei prossimi anni.

Qual è il ruolo fondamentale della cultura per la ripresa del nostro sistema-Paese?

L’emergenza sanitaria ha accentuato le differenze sociali tra le persone, colpendo soprattutto i più giovani perché è stato interrotto il loro percorso educativo e la formazione della loro identità culturale e sociale. La cultura ha certamente un ruolo fondamentale, che è quello di mettere le persone in condizione di essere più consapevoli delle proprie potenzialità e di costruire la propria identità personale e sociale.

Prossimi progetti?

Come co-fondatore di Dialoghi d’Arte sto avviando per il mese di luglio Cultura Capitale, un progetto di cittadinanza culturale all’interno dello spazio culturale dell’ex Ospedale Civico di San Paolo di Savona. L’obiettivo è creare una nuova coscienza critica nelle persone attraverso il dialogo, la partecipazione e l’interazione con il mondo della cultura. Nel prossimo autunno partirà Culterapy, un progetto sulla partecipazione culturale come sorgente di benessere psicofisico le cui ricerche saranno tradotte in una prossima pubblicazione.

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