Libri

“Canti d’amore dialettali di Bova”

di Giuseppe Mario Tripodi

Nella fioritura degli studi sulla canzone popolare dialettale italiana post-unitaria non potevano mancare quelli su Bova che, capitale della Bovesìa nella Calabria aspromontana jonica, era sede vescovile e conservava allora, in alternativa alla lingua nazionale, un proprio e doppio registro linguistico: quello del dialetto romanzo e quello del dialetto «romaico», come veniva chiamato quello a struttura lessicale greco-bizantina. E naturalmente i primi lavori sul grecanico furono di studiosi dell’Italia centrosettentrionale che degnavano di un unico sguardo il dialetto greco-calabro, i dialetti salentini e quelli siciliani. Uno di questi precursori fu Astorre Pellegrini (Livorno 1844 – Firenze 1908) che insegnò al Liceo Campanella di Reggio Calabria (Fondato da Gioacchino Murat nel 1814) negli anni Settanta dell’Ottocento (notizia in Antonio Piromalli, Letteratura calabrese, vol. VIII, disponibile anche sul Web) e pubblicò a Torino nella «Rivista di Filologia» (anni 1873-1880) il dialetto greco-calabro di Bova. Qui non si parlerà dei canti greco-calabri ma soltanto delle canzoni popolari dialettali che Pellegrini pubblicò, con il titolo  La poesia di Bova, nel volume di Mario Mandalari intitolato Canti del popolo reggino (Napoli, Morano 1881, pp. 351-401). Lamenta il Pellegrini che fra i canti non ce ne fossero di politici («La patria è rannicchiata nel Mandamento di cui si ricorda questa borgata… è un fatto che nel contado di Bova non è stato possibile trovare un canto tradizionale, un verso solo, che rammenti un nome illustre nella storia d’Italia», 368) ma registra, e meno male, «che finalmente il tepore del nostro cielo, e l’eterno sorriso del nostro mare e dei nostri monti tenga sveglio, più che altrove, il sentimento erotico», ibidem). Dei quaranta canti amorosi raccolti dal Pellegrini alcuni riproducono il conio di altre regioni italiane per come annotato a piè pagina: il canto IV, per esempio, ha origini siciliane ma  è molto bello:

Amai na giuvineddha chi sacc’eu

Lu nomu no lu pozzu nominari

Scrittu lu tegnu nta lu pettu meu

Perchì è figghiola ch’è cosa d’amari

S’iddha m’amassi quantu l’amu eu

Certu chi mi voliva ddhà jettari.

Quantu beddhi a lu mundu vitti eu

Tu sula all’occhi mei beddha mi pari.

Abbiamo emendato alcuni ipercorrettismi del testo a stampa, dovuti alla mano del trascrittore, inconcepibili nel dialetto di provenienza (ad esempio il servile «pozzu» del secondo verso era diventato «possu» e così il pronome «eu» era diventato «iu» nella chiusa del 1°, 5° e 7° verso attraendo nella rima anche il possessivo «meu» che chiude il verso 3 e che era diventato «miu») o addirittura inesistenti come il «precipitari» (che chiudeva il verso 6 che indicava l’ipotetico accorrere dell’amante dall’amata nel caso avesse avuto certezza che il suo amore fosse ricambiato) che non viene censito né dal Rohfs, né da Giovan Battista Marzano nel suo Dizionario etimologico del dialetto calabrese e tanto meno nel dizionario di Filippo Condemi La lingua della valle dell’Amendolea, che è specifico per il territorio. Anche l’incipit del verso 3 che era al femminile sembrava rimandare alla «giuvenenddha» del primo verso mentre deve stare al maschile in quanto si riferisce al «nomu» di lei che l’amante tiene scritto nel suo petto non potendolo nominare.

II

Lu briu perdisti e puru la to’ cera

La to’ facci non avi cchiù figura

Si rrumpìu l’asta di la to’ bandera

E la testa poi dari pi li mura.

Si stutau lu micciu di la to lumèra,

ca ci catti ogghiu e lu focu non dura.

L’amuri è fattu comu n’armacèra

Travàgghi n’annu e si spàscia nta n’ura.

Questa una canzone non è esclusiva di Bova e può essere divisa in due parti: i primi sei versi contengono una invettiva femminile contro un maschio che dovrebbe vergognarsi (ha perso infatti «briu» e «cera», maschera del volto, verso 1) e sbattere la testa al muro (verso 4) per non essere in condizione di adempiere ai suoi doveri sessuali in quanto si è rotta «l’asta di la to’ bandera» (verso 3) (anche a Roma si usa una espressione quasi simile, «nun s’arza ppiù la bandiera»). Il concetto è ripetuto nei due versi successivi  ove si dice che si è spento (si stutau, dal latino ex-tutare, difendere il fuoco alla fine della serata comprendo i tizzoni con la cenere per ritrovarselo l’indomani) il lucignolo del tuo lume («mìcciu di la to lumera») perché gli cadde addosso l’olio. Qui il rimbrotto sulla «disfunzione» dell’uomo è fatto senza allusioni o metafore perché «micciu» viene dal greco μύκης che, come nel grecanico, significa sia «moccolo» che «membro virile». Quanto sopra spiega perché la canzone, dopo la pubblicazione del Mandalari, compaia in Germania nel 1914 e in un libro di Raffaele Corso (folclorista di Nicotera e amico di Giuseppe Pitrè)  con molte cautele ed avvertimenti. Il testo fu tradotto in italiano soltanto nel 2001 dalla benemerita casa editrice Olshki  di Firenze. La seconda parte della canzone è costituita dai due versi finali che sono anche un proverbio a tutti gli effetti; vi si dice infatti che l’amore è come una «armacèra», cioè un muro a secco, che necessita di un anno di lavoro per essere costruita e che poi si sfascia in un’ora; anzi, diremmo noi, in pochi secondi. L’origine della parola è nel latino maceria-ae  da cui la macèra dei dialetti laziali e centroitaliani, nonché nel greco εϱμακία  che ha generato il grecanico armacìa (G. Falcone, Il dialetto romaico della Bovesia, Milano, Istituto lombardo di scienze e lettere, 1973, p. 421). Raffaele Corso (La vita sessuale nelle credenze, nelle pratiche e tradizioni popolari italiane, Firenze 2001, p. 253) fa una chiosa che va riportata per intero: «L’amore, dice il calabrese, è come un muro senza malta; vi si lavora un anno e poi cade in un’ora.  Questo detto, che non mi sembra avere analogia con canti erotici di altre regioni, rivela il carattere del calabrese: cordiale, aperto, leale ma rozzo. Dall’amore all’odio il passo è breve; ma l’amore è ardente e l’odio implacabile. I canti erotici sono fiamme che distruggono, i canti di derisione sono chiodi che trafiggono».

XXII

Aju nu cori comun a nucidda;

Vogghiu levari na mugghieri beddha

No mi ndi mporta s’esti picciriddha

Ca la mantegnu cu la panateddha.

Nci fazzu lu jppuni comu a iddha

E li scarpetti cu la zahareddha.

Si passu di ddhà e non viju a iddha

Oh chi mi pari scura ddha vineddha.

Questo è un canto affettuoso di uomo che ha il cuore dolce come la nocciola (verso 1) che vuole sposare una moglie bella (verso 2), non importa se piccola di statura (verso 3) tanto lui è disposto a mantenerla col pane bollito (verso 4) che è cibo delicato assai. Gli farà un giubbino (jppuni, dal francese jupon) bello come lei (verso5) e scarpe dello stesso colore delicato del fiore di agrume (zahara-eddha) (verso 6). Una donna cosi delicata illumina anche la via più buia (vineddha o vaneddha) che, ove lei non ci fosse, sarebbe ancora più buia.

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