Libri

“Canti di “spartenza” di Paracorio”

di Giuseppe Mario Tripodi

Paracorio era un paese dell’Aspromonte meridionale che, nel 1878 e per volontà di Umberto I re d’Italia, fu «conurbato» con il confinante Pedavoli dando così luogo alla cittadina di Delianova (vedasi Wikipedia ad vocem).

Paracorio fu l’unico paese della Calabria a fornire materiali ad Antonio Casetti e Vittorio Imbriani per la loro raccolta di Canti popolari delle province meridionali  (Torino, Loescher 1872, a cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona).

La pubblicazione, dunque, precede cronologicamente la raccolta di Mario Mandalari ma viene dopo I canti polari calabresi scelti e recati in versi italiani da Achille Canale (Reggio Calabria 1959).

I canti sono in tutto 32 ed in calce ad ognuno sono riportate numerose varianti  provenienti per lo più dal Salento [Lecce, Caballino (oggi Cavallino), Morciano di Leuca, Carpignano Salentino] e, in minor misura, dall’area campana: Napoli, Benevento, Avellino, Sorrento, Bagnoli Irpino, Pomigliano, Airola. Poche sono le varianti siciliane (Palermo, Catania, Mineo) e non manca qualche altra di origine abruzzese.

Quanto sopra sembra postulare, accanto al paradigma di Alessandro D’Ancona su una poesia popolare che dalla Sicilia emigra nel resto della penisola, una corrente uguale e contraria che dalle parti continentali dell’ex Regno delle Due Sicilie scende verso la Calabria Ulteriore Prima, come si chiamava allora l’insieme dei mandamenti di Reggio, Palmi e Locri.      

I

Cu’ ‘na gran dogghia, e lu cori dolenti,

Bella, l’urtimu addiu ti vegnu a dari.

Non vogghiu pe’ mu pati cchiù tormenti;

Mentri privata si’ di lu parlari.

Ubbidiscili a tutti li parenti;

E di l’affettu meu non ti scordari.

Ed a dispiettu di tutti li genti

Mandami ‘nu salutu e dassa fari.

La canzone evidenzia una relazione contrastata tra lui, che parte con una gran doglia e il cuore dolente (verso 1), e lei in famiglia, privata del parlare (verso 4) e probabilmente in mezzo ai tormenti dei suoi (verso 3). Nella II strofa c’è l’invito di lui a non accentuare i contrasti familiari e di ubbidire a tutti i parenti (verso 5) ma anche la richiesta di non dimenticare l’amore lontano (verso 6) e di inviargli di tanto in tanto, a dispetto della gente impicciona (verso 7), almeno un saluto.

II

Oh chi spartenza dulurusa, e amara!

Ora spartimu la nostra furtuna.

La navi ’ntra lu portu ssi prepara,

E nui facimu ’na spartenza cruda.

Lu sai, anima mia, ca su’ luntana,

M’a tia nci penzu centu voti l’ura.

Se Cristu di lu celu no’ ripara,

Nu‘ dui ndi vidirimu ’nseportura.

Qui la divisione è drammatica: la nave è nel porto (verso 3) e la separazione è «cruda», senza consolazione (verso 4); insomma due strade che si dividono (verso 2) per una «spartenza dulurusa e amara» (verso 1). Il pensiero dell’uno per l’altra non sarà sufficiente (verso 6), a meno di un intervento riparatore di Cristo (verso 7), a risolvere la situazione. E vorrà dire che gli amanti si rivedranno dopo la morte.

III

Ciànginu l’occhi mei comu li toi,

Chi di continuo no abèntanu mai.

Ciànginu la spartenza di nu’ dui,

Chi l’arma di ‘stu pettu si ndi vai.

Ora comu fazz’eu senza di vui?

E tu, senza di mia, non so chi fai.

Si trasu ‘ngelusia, ‘bbandugnu a vui?

Non v‘abbandugnu no ora e no mai!

Abbiamo sostituito la II metà del primo verso («e no’ li toi») con «comu li toi» perché tutta la canzone è intrisa del doppio dolore, mentre il  testo di Casetti e Imbriani ipotizzava che gli occhi dei li lei non piangessero; ciò sarebbe stato in contrasto col verso successivo dove il relativo «chi» e il verbo che regge («no abèntanu», smettono di piangere, non pigliano requie dal pianto) o si riferisce agli occhi di entrambi i separati o soltanto a quelli di lei; ciò contrasta con la versione riportata nel libro, donde l’emendazione.

Importante, al verso 4, il dotto «arma» per «alma», l’anima del canto lirico che, per il dolore, fugge via («si ndi vai») dal petto.

I versi 5 e 6 contengono un chiasmo informale: infatti, pur presentando al primo verso un discorso alla seconda persona plurale» («come faccio io senza di Voi»), al secondo vengono presentati le parti invertite, «e tu senza di mia non so chi fai».

I due versi di chiusa contengono la promessa che la separazione non sarà per sempre.   

IV

E l’urtima spartenza fu di morti!

Pe’ ‘sta spartenza non aiu cunfortu.

Era 1u nostru amuri troppu forti,

E l’avvocati ndi dèzzaru tortu!

Eramu comu zuccaru ntr’e carti,

Ed a li genti nci ndi parzi forti.

’Ddunca, giojuzza mia, stàmundi asparti,

Tu cianci la fortuna e ieu la sorti.

Una «spartenza» questo dovuta alle malelingue cui è parso troppo l’amore tra gli amanti (verso 6); ma il maschio sembra snervato e, nel rimpianto reciproco (verso 8), accetta lo statu quo (Dunca stàmundi asparti, Dunque stiamocene separati).  

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