Libri

Antonella Bolelli Ferrera e le sue “Bad Girls”

di Gabriele Ottaviani

Antonella Bolelli Ferrera è l’autrice di Bad Girls: Convenzionali, con gioia, torna a intervistarla per voi.

Perché in Italia c’è così tanta violenza contro le donne? E come si può invertire la tendenza?

Il problema, ma non è consolatorio, riguarda il mondo intero, tant’è che l’ONU ha istituito la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Violenze fisiche, sessuali, psicologiche, stalking, fino alla forma più estrema del femminicidio. Le donne che ne sono vittime, appartengono a ogni fascia d’età, ceto sociale e culturale. Non c’è distinzione, né un ipotetico metro di valutazione per capire, a livello preventivo, quali siano le più minacciate. La violenza arriva, talvolta inaspettata, talvolta lasciando segni premonitori che non vengono colti dalla vittima o da persone a lei vicine, e persino dalle forze dell’ordine. Consultori, centri di ascolto e antiviolenza sono le migliori risorse che abbiamo in campo per chi già è oggetto di vessazioni, ma spesso accade che le donne non vi si rivolgano per paura, perché non si sentono protette da chi poi dovrebbe tutelarle e garantire loro condizioni di sicurezza. Non esiste una ricetta per invertire la tendenza e i dati raggelanti dei femminicidi ne sono la riprova. Si avanzano teorie sull’informazione, sull’esigenza di parlarne, di creare le basi per una cultura del rispetto nei confronti delle donne – come deve esistere per ogni essere umano – s’inventano simboli, giornate, campagne sociali, si denuncia attraverso i media, ma ancora siamo all’anno zero. Forse perché il vero problema non sono le donne, ma chi è artefice delle violenze nei loro confronti per non sapersi rapportare con il femminile, per convinzioni arcaiche sui ruoli di genere, per non riuscire a gestire la rabbia, per mille imperscrutabili motivi che portano una nutrita quantità di uomini ad essere odiatori di donne. Difficile contrastare simili nemici.

Cosa spinge una donna a ribellarsi o a commettere violenza a sua volta?

Ci possono essere motivazioni diverse, non dettate necessariamente da violenze subite in precedenza, come problemi di natura psichica, poi va ricordato che c’è sempre il libero arbitrio che induce in noi determinate reazioni o comportamenti che sconfinano la legalità. Credo, però, che essere state vittime di brutalità e soprusi possa essere un fattore scatenante da non sottovalutare.

Com’è nato il progetto Bad Girls e a chi si rivolge?

Bad Girls è un libro che racconta storie di donne che da vittime sono diventate giustiziere. Più che parlare delle violenze commesse, si focalizzano su quelle che prima hanno subito: le sevizie sessuali del padre; le percosse, l’emarginazione e persino il rischio di essere uccisa perché lesbica; lo stupro da parte del branco e la vergogna dei genitori bigotti per quella figlia ormai considerata una cosa sporca; l’abbandono da parte della madre nel bivacco di una senzatetto… Alcuni esempi che assieme agli altri inducono a riflettere e a porsi una domanda: queste donne avrebbero avuto un destino diverso se non fossero state vittime di tali violenze? Me lo sono chiesto per prima, avendo conosciuto queste donne durante la loro detenzione, in occasione del premio letterario Goliarda Sapienza, e ho pensato che fosse importante far conoscere all’esterno l’altro lato di queste “cattive ragazze”, quello di vittime. Non nell’intento di trovare facili giustificazioni ai crimini che hanno commesso, ma per far emergere quanto la violenza nei confronti delle donne possa manifestarsi in diverse forme, le più subdole, e scatenare in una parte di loro reazioni distruttive e devastanti.

Cosa pensa del DDL Zan?

Contrastare violenze e discriminazioni è il dovere di un paese civile. Non vedo alcuna limitazione alla libertà di pensiero.

Il carcere è ancora un luogo di riabilitazione?

Verrebbe da rispondere con un’altra domanda: è mai stato un luogo di riabilitazione? Per com’è concepito attualmente, nutro un certo scetticismo, anche se il tentativo di portare all’interno delle carceri iniziative culturali (soprattutto da parte delle associazioni di volontariato) capaci di innescare percorsi virtuosi nell’individuo anche rispetto al proprio vissuto criminale, è esemplare. Peccato che non tutti gli istituti siano “attrezzati” per accoglierli, creando quindi grande disparità in termini di opportunità fra la popolazione carceraria. Poi c’è il grande tema del lavoro, che assieme alla cultura sta alla base di un percorso di riabilitazione e reinserimento. Purtroppo, anche in questo caso, per mancanza di fondi o per le differenze fra i penitenziari (spesso vetusti), le persone detenute che lavorano sono la minoranza.

Qual è il ruolo della cultura nella nostra società?

Sono stati scritti, al riguardo, trattati da parte di autorevoli intellettuali e sociologi. Il mio primo pensiero, nel coniugarle, va immediatamente alla parola più bella che esista, libertà.  

Quali sono le prossime iniziative a cui sta lavorando?

La pandemia ha inciso fortemente anche sulla vita nelle carceri, rendendo estremamente difficile il contatto con le persone ristrette e, conseguentemente, nell’organizzazione di progetti culturali. In attesa che tutto ciò abbia una fine, non bisogna arrendersi. Sto pensando a serie podcast – che in questo periodo di chiusura forzata stanno vivendo un gradimento elevato – da fare realizzare a detenute e detenuti. Un modo per portare all’esterno le loro voci e i loro pensieri anche su temi che esulano da quello della carcerazione.

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