Libri

“La carne e l’anima”

di Gabriele Ottaviani

Ophélie e Celine sembrano opposte ma si rivelano a tratti speculari, si trovano e ballano insieme, perfino si baciano. Ma nello sguardo di Amin – e dunque di Kechiche – è subito netta e indiscutibile la prevalenza di Ophélie: il suo corpo è un personaggio del film. Il regista lo cerca e inquadra da ogni angolazione, intendendo il nudo iniziale come punto di partenza della sua esposizione, del canto rivolto alla sua figura, che nel secondo tassello culmina con una lunga ripresa di sesso orale. Ophélie viene seguita vestita, nuda, seminuda o in costume: è volutamente ripresa anche mentre si cambia i vestiti, per catturare un momento di nudità o la forma delle natiche. Se ripensiamo all’evoluzione del naturalismo kechichiano, incrociandola con la citazione biblica-coranica posta in esergo, ecco che siamo in grado di uscire dalla lettura della rappresentazione di Ophélie come semplice “esposizione del corpo femminile”: nell’ode che il regista le rivolge c’è lo sguardo di uomo verso la donna, c’è l’evocazione del desiderio erotico, ma c’è anche un elemento religioso, un senso del sacro. Come dimostrato da Amin che sviluppa la sua immagine fotografica, per Ophélie si tratta di venerazione, inquadrare il suo corpo è anche un sacramento. Per questo chi, nell’interpretazione dell’autore, si limita a sottolineare uno “sguardo maschile” è molto lontano da una possibile chiave di lettura del suo cinema che si trova da tutt’altra parte. Sempre per questo l’ipotesi di sacralità rinvenuta in Kechiche ha portato alcuni critici a paragonarlo all’ultimo cinema di Terrence Malick, alla “cattura” della natura da parte dell’autore americano, con cui Kechiche si è ritrovato nella competizione di Cannes 2019 (Mektoub, My Love: Intermezzo e il malickiano A Hidden Life). La filmografia kechichiana è fatta anche di figure che ritornano, di volti che si ripresentano sotto un’altra veste…

Emanuele Di Nicola, La carne e l’anima – Il cinema di Abdellatif Kechiche, Mimesis. La vita di Adele, Cous cous, La schivata, Mektoub, My Love: il cinema si fa corpo con Kechiche, il rigore della forma si fa cornice perfetta per una sostanza che ribolle, conquista, seduce. Pensiamo per esempio al primo canto di Mektoub, che fece giustamente scalpore, anche se fu meno premiato di quanto avrebbe dovuto essere, al Lido di Venezia in occasione della mostra internazionale d’arte cinematografica di quattro anni fa. Tratto da La blessure la vraie di François Bégaudeau, con Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Kamel Saadi ed Estefania Argelich, tra gli altri, è un capolavoro assoluto, scritto, girato e interpretato come meglio non si potrebbe, che fa rimbombare il cuore, carnale, mai gratuito, totale, potente, infinito, un travolgente film di centoottanta minuti che lascia soddisfatti e bramosi e che si vorrebbe non finisse mai, che racconta la storia di Amin, che è giovane e di una bellezza letteralmente mozzafiato. Lavora e studia a Parigi. Ma sta lasciando medicina, vuole dedicarsi al cinema. Vuole fare lo sceneggiatore. È curioso dell’esistenza che osserva fin nelle fibre più intime, timidamente e dolcemente distaccato rispetto alla sensualità e alla vitalità feconda ed esplosiva che lo circonda, spensierata e calda come l’ultimo raggio di sole prima che dappertutto scenda la sera, e ogni cosa sfiorisca, appassisca, diventi marcescente e inasprisca decadente. Prende atto, e appunti. Torna per l’estate a Sète, bollente Occitania, località di villeggiatura per tanti altri giovani (e non solo), dove vive la sua famiglia, il vanaglorioso e seduttivo cugino Toni e l’amica d’infanzia, Ophélie, che sta con Clément, militare in giro per zone di guerra (siamo nel millenovecentonovantaquattro), fa sesso da anni col succitato Toni (ed è il segreto di Pulcinella) e si confida proprio con lui, Amin, ascoltatore nato, attraverso dialoghi credibilissimi, raccontati completamente, col tempo della verità che fa immergere lo spettatore nelle viscere del reale. Di Nicola, con questo saggio, realizza un’esegesi magnetica: da non farsi sfuggire.

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