Libri

“Il canto del boia”

di Gabriele Ottaviani

Gary le aveva sempre raccontato aneddoti sulla prigione, ma ora parlava di problemi reali. Diceva che cos’era in realtà una prigione. Era una guerra. Doveva essere una guerra. Un detenuto poteva pestare un altro detenuto, poteva persino ucciderlo, ma erano tutti dalla stessa parte. Erano contro le guardie. Si trattava di una guerra dove niente era peggio di un soffia. I secondini e il direttore facevano il possibile per mettere in piedi una rete d’informatori. E quindi, per tutto quello che sapevano, dovevano dipendere dai soffia. Un soffia, diceva Gary, arrivava persino a farti un pompino e a correre subito dopo dal direttore a raccontargli quello che gli avevi detto. Perciò i detenuti facevano di tutto per eliminare questi individui. In una buona prigione, dove i detenuti ci sapevano fare, i soffi a non erano mai molti. La prigione, in fondo, era una città nella quale vivevano i detenuti, ed erano loro a controllarla. Le guardie restavano soltanto per le loro otto ore di turno. Era così che doveva funzionare. Qui invece era tutto a rovescio. Non c’erano guardie. Solo qualche infermiere. Il potere lo avevano teoricamente i ricoverati. Ma i ricoverati che venivano chiamati a far parte della squadra diventavano le nuove guardie. Lavoravano per i medici. “Sono vittime di un lavaggio del cervello” diceva Gary, indicando la squadra. E a lei veniva voglia di ridere per come glielo diceva sul muso. “Dei soffia presuntuosi” diceva. “Non c’è uno sprazzo di vita in loro. Nessuno che guardi nessuno. Fanno riunioni continue, con un ordine del giorno.” Diceva queste cose mentre lei stava seduta sulle sue ginocchia e lui la toccava e i quattro tizi guardavano, friggevano, si seccavano per quello che lui diceva. Poi Gary e Nicole si stringevano l’uno all’altra e si scambiavano sussurri e parlavano d’altro. Lui voleva sapere come se la cavavano Sunny e Peabody. Le diceva quanto era pentito di averli tanto sgridati e di aver permesso che gli facessero venire i nervi. In realtà erano bambini eccezionali. Si dicevano queste cose proprio davanti alla squadra. Poi lui tornava ad arrabbiarsi…

Il canto del boia, Norman Mailer, La nave di Teseo, traduzione di Ettore Capriolo. Norman Mailer, dottore in Ingegneria aeronautica a Harvard, nasce a Long Branch, New Jersey, USA, dove la famiglia (è figlio di Isaac Barnett Mailer e di Fanny Schneider, donna energica e carismatica) gestisce un piccolo albergo, il trentuno di gennaio del millenovecentoventitré, coetaneo di altri grandi autori come Paddy Chayefsky (Quinto potere), James Dickey (Dove porta il fiume, da cui il film Un tranquillo weekend di paura) e Joseph Heller (Comma 22): nei suoi ottantaquattro anni di vita – scompare il dieci di novembre del duemilasette a causa di una insufficienza renale – nei quali attraversa la Beat Generation – al medesimo movimento appartiene anche William S. Burroughs, autore di Ragazzi selvaggi (The Wild Boys: A Book of the Dead). Pubblicato per la prima volta cinquant’anni fa da Grove Press, il romanzo, il cui titolo, cambiando quel che dev’essere cambiato, è un’eccellente definizione per il temperamento esagerato ed esagitato di Mailer, raffigura un movimento giovanile omosessuale il cui obiettivo e scopo ultimo è la rovina definitiva della civiltà occidentale, ed è ambientato in una apocalittica fine del ventesimo secolo. Russell Mulcahy aveva l’intenzione di dirigere un adattamento cinematografico e ha contattato i Duran Duran per la scrittura della colonna sonora, ma il progetto alla fine non è mai stato realizzato; tuttavia il romanzo ha ispirato la canzone del gruppo intitolata The Wild Boys – e la cultura hippie, cui dà voce, è attore (anche per Forman nel ruolo di Stanford White in Ragtime, pellicola tratta da Doctorow – cui si deve pure per esempio Billy Bathgate, da cui il film con Dustin Hoffman, Nicole Kidman e Bruce Willis – pluricandidata agli Oscar, e persino in un episodio, passato alla storia, di Gilmore Girls, per il pubblico italiano l’ineffabile Una mamma per amica), regista, saggista, commediografo, caustico aforista, autore di romanzi e racconti, sceneggiatore e a sua volta ispiratore di numerosi copioni cinematografici: d’altronde conosce bene Hollywood, vi vive e scrive anche un’opera dedicata a Marylin Monroe, come del resto hanno fatto in tanti, in primo luogo Joyce Carol Oates (Il giardino delle delizie, Loro, Blonde, Un’educazione sentimentale, L’età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Bestie, Una ragazza tatuata, Stupro, Acqua nera, Le casacte, Tu non mi conosci, La madre che mi manca, La femmina della specie, Vittima sacrificale, La figlia dello straniero, Uccellino del paradiso, Storie americane, Per cosa ho vissuto, Figli randagi, Il collezionista di bambole, Il maledetto, La donna del fango), la stella più fulgida di un firmamento che comprende anche Mary Gaitskill, Eudora Welty, Flannery O’Connor, Barbara Kingsolver (Un nuovo mondo), Tiffany McDaniel (Il caos da cui veniamo), Ottessa Moshfegh (La morte in mano), Madeline Miller (La canzone di Achille), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu, Un ragazzo sulla soglia), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila) e Maggie O’Farrell (Dopo di te, La distanza fra noi, La mano che teneva la mia, il sensazionale Istruzioni per un’ondata di caldo, Il tuo posto è qui, Io sono, io sono, io sonoNel nome del figlio). Inoltre Mailer, due volte Premio Pulitzer, tra cui proprio per Il canto del boia, e candidato al Nobel è fervente attivista politico (si candida invano a sindaco di New York nel millenovecentosettanta), in primo luogo antimaccartista, per i diritti umani e civili – benché nemico giurato delle femministe (ma ha sempre sostenuto di essere cresciuto nella consapevolezza di poter parlare liberamente alle donne e delle donne perché, essendone stato circondato sin dalla più tenera infanzia, le amava riamato) e del politically correct di cui tanto ancora oggi si parla, in tempi di cancel culture e non solo – e autorevole e pluripremiato cronista ed esponente di spicco, insieme a Tom Wolfe (Il falò delle vanità), Truman Capote (Colazione da Tiffany), Joan Didion (persino sceneggiatrice dell’È nata una stella con Barbra Streisand che ha ispirato a sua volta la versione con Lady Gaga e Bradley Cooper) e Hunter Stockton Thompson (Paura e disgusto a Las Vegas, da cui Paura e delirio a Las Vegas, pellicola del 1998 con Johnny Depp), del movimento del cosiddetto new journalism, corrente caratterizzata da uno stile di scrittura altamente letterario che amalgama molti generi e che teorizza il romanzo-reportage, costruendo la storia per scene successive ricorrendo il meno possibile alla voce del cronista, registrando tutti i dettagli, anche quelli in apparenza meno significativi, per rappresentare in senso pure simbolico i personaggi, utilizzando dialoghi e conversazioni anziché la cronaca pura per dare maggiore dinamismo alla narrazione, che è dunque così più coinvolgente, e presentando ogni sequenza dal punto di vista interiore del personaggio interessato, rendendo più facile l’immedesimazione di chi legge. L’esistenza di Mailer è perfettamente descritta nella monumentale biografia dal titolo Norman Mailer: Una doppia vita di J. Michael Lennon, che dunque pare ricordare, cambiando quel che dev’essere cambiato, quella degli artisti della corrente dell’estetismo decadente, che volevano fare della propria parabola terrena un monumento, una testimonianza, un’opera d’arte: passionale e appassionata, dissacrante, sconcertante, scandalosa (forte bevitore, sperimentatore di droghe, sfida un pugile professionista, accoltella la seconda delle numerose mogli, che gli hanno dato parecchi figli, finisce in galera…), sempre al di fuori degli schemi, sopra le righe, contraddittoria (è il più violento dei pacifisti e il più pacifista dei violenti), evidentemente esagerata. E il tema dell’esagerazione E il tema dell’esagerazione – in inglese exaggeration, dal latino exaggeratio, -onis, da exaggerare, derivato di agger, ossia terrapieno: letteralmente ammonticchiare come un argine – è centrale anche in quest’opera: Il canto del boia è l’affresco monumentale e simbolico non solo di una vita passata per lo più sempre in galera, ma anche, per non dire soprattutto, della violenza e della solitudine, ancora tragicamente attuale, purtroppo, dell’America profonda, prendendo le mosse dalla parabola esistenziale di Gary Gilmore, un uomo incapace di considerare anche solo la possibilità di un esito diverso dalla dannazione, di sperare nella salvezza, di credere nella redenzione e nella natura umana, che, nonostante le pressioni della società civile e dell’opinione pubblica, che s’interroga, tituba, dubita, strenuamente combatte perché al più presto la sua condanna a morte sia eseguita. Da non perdere per nessuna ragione, da leggere, rileggere, far leggere.

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