Libri

“Filo spinato”

di Giuseppe Mario Tripodi

Alessandro Fo, Filo spinato, Torino, Einaudi 2021. Alessandro Fo, docente di Letteratura latina all’università di Siena, è un apostolo della poesia. Diverse sono le province di questo apostolato: l’insegnamento accademico, le traduzioni e una consistente e continua attività di promozione, anche estemporanea, della poesia; soprattutto di quella italiana della seconda metà del Novecento in lingua e in dialetto. I veicoli della missione di Fo a sostegno della poesia sono i più vari: attività pedagogiche «stravaganti» (come quella in favore dei detenuti del carcere di San Gimignano), partecipazione a serate teatrali, opere collettanee, recensioni, incontri monografici. Tra questi ultimi il recensore rimembra quello che, sotto forma di conferenza per gli allievi del Liceo Classico [(IL CIECO E LA LUNA (un’idea della poesia), testo sugli «Annali del Liceo 2003», pp. 21-45, e poi  libro con lo stesso titolo, Arezzo 2003], si tenne a Tivoli il 7 giugno 2002. Notevoli le traduzioni del De reditu suo  di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Torino, Einaudi 1992) nonché, sempre per Einaudi, le versioni, con testo a fronte e per la collana NUE, dell’Eneide  (2012) e de Le poesie di Catullo (2018). E infine i libri: dall’esordio OTTO FEBBRAIO (n. 216 della prestigiosa collana ‘Acquario’ per le edizioni  «All’insegna del pesce d’oro» di Vanni Scheiwiller, Milano 1995) a Bucoliche (al telescopio)(Cremona 1996, ma erano state anticipate in forma sparsa agli allievi del corso di Letteratura Latina di Siena), da  Giorni di scuola (Città di Castello, Edimond 2000) a Piccole poesie per banconote (Siena, Edizioni Polistampa 2002); e poi l’approdo a Einaudi, nella Collana Bianca, con Corpuscolo (2002) e con Mancanze (2014), Premio Viareggio-Rèpaci. Un viaggio approdato ora a Filo spinato, uscito qualche mese fa: cento pagine di poesia, divise in tre parti (Ingannare il tempo, Muto carcere e Dei sepolcri, again) seguite da Un appunto di una manciata di pagine in cui si da conto in dettaglio delle origini di ogni composizione. Ciò che accomuna le tre parti è l’attenzione dell’autore, e ovviamente la trasposizione in versi, ai momenti della vita in cui si manifesta la fragilità e la profondità ad un tempo (ah, l’insegnamento di Pascal!!!) dell’essere umano: l’attesa, la privazione della libertà e la morte. Questi momenti si intrecciano in tutte e tre le parti del libro ma prevalgono, a turno, in ognuna di esso. E poi Angelo Maria Ripellino (PALERMO 1923-ROMA 1978), accademico e grande slavista impegnato politicamente dentro il PCI e sostenitore, fino a prima della morte, della Primavera di Praga e di Alexander Dubcek: ricorre in tutti i libri e in tutte le attività di Alessandro Fo che, anche se non ha fatto in tempo a conoscerlo di persona (p. 106), gli ha dedicato diverse curatele, alcune importanti sempre per Einaudi (Poesie 1952-1978. Dalle raccolte e dagli inediti, Torino 1990; Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde, Torino 2007). Il rapporto tra l’opera di Ripellino e la poesia di Fo assomiglia molto a quello tra una quercia secolare e un albero delicato che, grazie alla di lei chioma, riesce ad attecchire e a portare buoni frutti anche nei rigidi inverni della produzione poetica italiana degli ultimi decenni. Ripellino qui riappare: 1) a pagina 20, riconosciuto all’uscita dallo scompartimento ferroviario fra le mani di una occasionale quanto attenta lettrice al cui viso  Alessandro Fo dedica una splendida allitterazione nel verso finale: Scendendo, prima di doverla perdere, // sbirciavo il libro, passando vicino. // Lei sollevò lo sguardo dallo ‘Splendido // violino verde’ e, finalmente pieno, // splendido le virò riverso il viso; 2) a p. 30, per l’acquisizione mancata di un gruppo di lettere ad un corrispondente ligure la cui eredità, morto lui, passa di mano in mano facendo sfumare l’acquisizione.  Della seconda parte del libro, Muto carcere, ove si parla della varia umanità ergastolana conosciuta dal poeta a San Gimignano (qualcuno traduce i versi del poeta nella madrelingua siciliana, 52-53), mi piace la composizione «meno impegnata»,  Casi di coscienza p. 47: un condannato racconta di una vecchietta che gli era caduta in braccio sulla scalinata di una chiesa: «Mio Dio, signore, lei proprio mi ha salvata» // (era l’ultima sera del permesso // e tra poco sarebbe ritornato // nella gabbia che gli era destinata). // «Povera donna» aggiunse,  «se sapesse // fra quali braccia era capitata». Anche dell’ultima parte, Dei sepolcri, again, abbiamo una preferenza minimale: Luciano Cecchinel, poeta, ha perso la figlia ventenne e, mentre la ricorda inserendone il nome nel proprio indirizzo e-mail, si sente oppresso da un complesso di colpa grande quando una montagna: «Ed è questa una colpa senza fine … // …// //…// ed è una situazione  // senza colpa, ma ancora di più, senza // alcuna assoluzione».

Questioni metriche

Il Novecento, specialmente la sua seconda metà, è il periodo del verso libero: liberati  da rime e consonanze, i poeti approfittano per ritornare alla potenza della parola senza aggiungervi orpelli di carattere eufonico. La poesia di Alessandro Fo ben si ritrova in questa libertà dal ritmo e dalle armonie della metrica tradizionale. Il numero di sillabe di ogni verso raramente coincide col numero del verso che precede o di quello che segue. Anche e rime, mai banali o scontate, sono parsimoniose e si ritrovano quasi in ogni poesia di questa raccolta: così a pagina 29, ultima strofa, il secondo verso (burocrazia, torti, liti riunioni/ ) rima sia col terzo, tanta fatica e tante delusioni, che, in alternanza, col quinto; a p. 31 il secondo verso rima non con il primo o il terzo (rima baciata) o con il quarto (rima alternata) ma con il quinto seguendo  l’alternanza lunga di certi sonetti.  A p. 60 una rima alternata (… creato // … madre,  … impastato) che si reitera a distanza di tre versi ( … dato // …. reparto, // … intubato) o a pagina 74 una chiusa con una rima baciata doppia: « … pensiero // …. ero // … spero // … davvero). Altrove troviamo le inusuali rime ossitone, cui Costantino Nigra (La poesia popolare italiana, «Romania», 1876, Vol. 5) attribuiva carattere virile e nordico in contrapposizione alle rime parossitone e femminine del Sud della penisola: a pagina  92 ( «Questo, Laura, è tanto che lo so». // «Che resta allora di te, Alessandro Fo?», che ne sarebbe stato della poesia senza un pizzico di narcisismo?) o, a p. 37, «Viene bene il servizio da parà // o marine non si sa» e, al V verso successivo, «Anche Federico lo sarà». E, infine, i versi ossitoni in cui alcune rime sono chiuse con monosillabi o bisillabi, come a p. 16

«Non sente

                  quasi niente

                                     adesso più.

                                              È giù

                                      di corda … »

o a p. 62 ( … addio. // E io //) a p. 66 (di più, di più, di più // tu, // tu, che sei diverso).

Dunque, a considerare questi esempi di rima sporadica e altre simili assonanze, si ha l’impressione che il poeta abbia operato come un musicista dodecafonico o un jazzista i quali, nel divenire dell’atonalità o dell’improvvisazione, non rinuncino all’inserimento di alcune battute armoniche.

Per concludere

Chiudiamo questo scritto ricorrendo ad una ulteriore, e recente, provincia dell’apostolato poetico di Alessandro Fo: a p. 90-91 del libro troviamo In morte di un poeta amico di facebook  in cui si ricorda Ohannès Choukhadarian che Fo aveva conosciuto su FB, a lui accomunato dall’amore per i versi di Angelo Maria Ripellino, e morto senza che il suo corrispondente sapesse gran che di lui: «Mi rendo conto che ora ne sto male, // però di lui (stranezze della vita // nell’era dei mass media) // non so davvero niente. … // Ci siamo sempre scritti, solamente, // Brevi commenti sui post letterari». Eppure anche quei social, che fanno consonare persone distanti dalla conoscenza episodica e superficiale, svolgono un discreto ruolo di diffusione della poesia; da un post di Alessandro Fo dell’otto febbraio 2015, il recensore trascrive, a mo di conclusione, una bellissima poesia di Claudio Pasi (qui menzionato in Leggendo la poesia delle patate a p. 31):

Passaggio di vestiti

Metto un cappotto che era di mio padre,

grigiofumo ma di foggia sportiva,

le maniche un po’ corte che mia madre

ha voluto tenessi per ricordo

e per – «è quasi nuovo» – un’avversione

atavica agli specchi. Così, mentre

lui di nuovo cammina nell’inverno,

io occupo lo spazio del suo corpo

e non so quale mano stia sfiorando

questi bottoni d’oro, gli alamari,

chiusi dentro il tessuto pettinato

che è come una membrana cellulare,

l’involucro del seme, il suo sudario. 

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