Libri

“Capannone n. 8”

di Gabriele Ottaviani

Janey ascoltava in silenzio. Sapeva che senza di loro non poteva farcela, ma sperava di non aver commesso un errore. Stavano prendendo il controllo, la sua autorità era scemata. Aveva messo la sua visione nelle loro mani, ma per lei restava ancora pura e fragile. La sera prima era rimasta a casa con suo padre. Alzando gli occhi dal portatile le era sembrato di vederlo invecchiare di minuto in minuto davanti alla tv. Aveva pensato a quanto l’avrebbe sconvolto se fosse finita in galera. Si sarebbe sentito in colpa. «Cos’ho, i baffi di cioccolato?», le aveva chiesto. Si era strofinato la bocca con il dorso della mano. Per cui sì, Janey voleva dare il suo contributo (anche se quel sogno era prima di tutto il suo). Certo non avrebbe dovuto offrirsi per i camion. Aveva lavorato nel trasporto merci per tre anni, ma era anche stata licenziata con una sfilza di nemici e giuste cause.

Capannone n. 8, Deb Olin Unferth, SUR, traduzione di Silvia Manzio. Janey e Cleveland sono due ispettrici degli allevamenti intensivi di galline ovaiole in quell’Iowa da cui anche Meryl Streep, se avesse avuto solo un po’ di coraggio, sarebbe scappata ben volentieri assieme a Clint Eastwood in uno di quei rari casi in cui il film supera in qualità il libro da cui è tratto, fermo restando che si tratta di mezzi di comunicazione niente affatto paragonabili, Dill è l’ex capo di un’associazione ambientalista, Annabelle la rampolla, non esattamente entusiasta della sua condizione, di una famiglia di allevatori: i quattro hanno una cosa in comune, la frustrazione. E così diventano i protagonisti di questa geniale narrazione, trascinante e profondissima, e di un’impresa al limite dell’impossibile: tentare di liberare di nascosto tutte le novecentomila galline di un allevamento industriale in una sola notte, con l’aiuto di trecento indisciplinati volontari e sessanta camion. Orwelliano, filosofico, magnetico: irresistibile.

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