Libri

“Figli della furia”

di Gabriele Ottaviani

Alloggiavo in un luminoso appartamento con tre stanze nella Kaiserstraße, quartiere di Schwabing. Hub, Ev e la piccola Anna abitavano poco lontano da lì. Anna la incontravo appena potevo. Le davo lezioni di disegno così come in passato mio padre m’aveva impartito lezioni di disegno (sempre col succo di mela nei pressi, una cosa sacra). Tratteggio, rilevazione della forma, prospettiva, luci, ombre, costruzione del disegno e un sacco di cavalli. Cavalli di fronte, cavalli da dietro, cavalli con cavalieri in groppa, cavalli che ridono («I cavalli non ridono, tesoro»), quindi cavalli felici, cavalli meno felici – li si riconosceva dalla lingua penzoloni –, cavalli fermi, cavalli al galoppo, cavalli al trotto mai perché il trotto è brutto, cavalli grandi, cavalli piccoli mai, perché i pony sono una roba da fifoni a parte quelli islandesi, che sono carucci. Nella Kaiserstraße avevo allestito un piccolo atelier e là mostravo a mia figlia come si costruisce la prospettiva, cosa sono i punti di fuga, e le facevo disegnare le sue stesse dita, dita sotto la pioggia, queste dita le ho ancora ma le ho chiuse da qualche parte, scavano ancora dentro di me, queste piccole dita immerse nella pioggia. L’Accademia di Belle Arti non era lontana e si stupirono non poco quando alla fine del 1950 iscrissi Anna, che aveva otto anni, a un corso di disegno di nudo. Ci volle un’autorizzazione speciale, in quanto una bambina non poteva osservare degli adulti svestiti. Ma per un gallerista non fu difficile farsi amici i professori, che avevano tutti bisogno di un gallerista. Così lo scorbutico professor Grobl alla fine accettò la mia Anna poiché era, lo si può affermare senz’alcun dubbio, straordinariamente dotata. Lei poi prese il corso molto sul serio e maturò l’abitudine di mordersi la lingua quando si concentrava nel dipingere o ascoltava il professore. Una volta chiese alla modella davanti a tutti gli studenti se potesse magari cambiare posizione. «Ma come, ancora?» domandò l’odalisca belloccia. E Anna disse, con gentilezza: «Come se fossi un cavallo, per cortesia».

Figli della furia, Chris Kraus, SEM. Traduzione di Simone Aglan-Buttazzi. Hub e Koja Solm non sono semplicemente due fratelli fra loro molto legati, sono letteralmente inseparabili, oltre che uniti viepiù dall’affetto immenso per Ev, la sorella adottiva. Hub, il fratello maggiore, è carismatico ed estroverso, mentre Koja sogna l’arte come il padre ma le difficoltà economiche e i mutamenti politici non solo gli tarpano le ali, lo spingono, nei primi anni Trenta del secolo ventesimo, addirittura, trascinato dall’irruenza sempre ribollente di Hub, nel movimento nazionalsocialista, prima in Lettonia, tra i più fedeli alleati del Reich (gli unici in tutta Europa contenti di essere invasi dai nazisti, i lettoni, scrive l’amica residente tra gli arabeschi liberty sulla riva della Daugava…), poi a Berlino, tanto da diventare tenente delle SS: da ufficiale, però, la sua situazione diverrà ancora più complicata nel momento in cui le origini ebraiche di Ev non potranno più essere nascoste, e… Attraverso il tempo e lo spazio, con respiro epico, basandosi su eventi realmente accaduti, fra Riga, Mosca, Berlino, Monaco, Tel Aviv, i servizi segreti e la guerra fredda, Kraus regala al lettore un magistrale e monumentale affresco del secolo breve e della natura umana. Sublime.

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