Libri

“Una strada senza nome”

di Gabriele Ottaviani

Mi viene incontro perché, sebbene lui non l’abbia mai saputo, io lo amavo, e il silenzio tra noi era stato il segnale preciso di quanto profondamente qualcosa in me aveva reagito, e tuttora rimane sconcertato, di fronte alle sue tribolazioni. Ricordo il suo viso quando me le raccontò, molto tempo dopo quella sua ardita impresa gastronomica. Grazie ad essa, aveva reso la moglie e il figlio parte di sé. Indubbiamente, però, la domanda che continuava a indugiare nella mia mente era perché mai fosse stato necessario compiere un’impresa tanto estrema per dimostrare qualcosa che avrebbe dovuto essere assolutamente ovvio e gioioso. All’epoca in cui mi aveva raccontato tutto questo aveva perduto sia la moglie che il figlio e, di fatto, ne stava adottando un altro, stavolta nero; sebbene fosse più giovane di me, e sto parlando di tanto tempo fa, mi sembrava che emotivamente avesse cessato di esistere. Avevo avuto l’impressione che, con un sospiro di sollievo quasi udibile, e dopo aver incrociato soltanto teoremi lungo il cammino, si fosse affrettato ad attraversare un’adolescenza tardiva e tormentata per approdare precocemente alla mezza età; e sebbene inconsapevolmente, adesso era terribilmente e disperatamente innamorato di un ragazzino nero che avrà avuto dieci anni al massimo. Non sto insinuando che avesse mire sessuali sul ragazzo. A dire il vero, e per quanto scandaloso possa sembrare, sarebbe stato meglio per lui se le avesse avute; ciò, quantomeno, lo avrebbe gettato in una profonda inquietudine emotiva e lo avrebbe posto di fronte al problema della propria integrità…

Una strada senza nome, James Baldwin, Fandango, traduzione di Michele Zurlo. Coerente con il percorso letterario di Baldwin ma al tempo stesso opera necessaria che si staglia come un unicum nella totalità del corpus dell’autore, Una strada senza nome, Bildungsroman sui generis ricco di temi, in primo luogo connessi alla formazione dell’identità personale, e sfumature, scritto nell’arco di diversi anni, fra il millenovecentosessantasette e il millenovecentosettantuno,conduce con mano sicura, senza giri di parole né retorica, con la consueta inconfondibile prosa anticonvenzionale, dirompente, destabilizzante, deflagrante, fuori dagli schemi, per nulla intimidita dal politicamente corretto e da valutazioni di opportunità che difatti tante ostilità ha attirato sull’autore, magnifico e magistrale, da parte della sua stessa comunità, che non apprezzava che si desse spazio anche a tematiche omosessuali (purtroppo non è solo questione di oggi il fatto che alcuni considerino i diritti come una coperta troppo corta o una torta da cui sottrarre fette…) ritenendo che distraessero il lettore dalle sacrosante rivendicazioni degli afroamericani, vessate da una società segregazionista, in medias res nell’infanzia dell’autore, a Harlem, nei cruciali avvenimenti della fine degli anni Sessanta, per testimoniare e denunciare le violenze e le ingiustizie dovute all’odio, alla persecuzione e alla discriminazione razziale. Impeccabile e imprescindibile.

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