Libri

Canti di sdegno melitesi

di Giuseppe Mario Tripodi

Pier Paolo Pasolini ha rilevato (Canzoniere italiano, 66) con molta perspicacia la circolarità che caratterizza «il galateo amoroso» stilizzato nella canzone popolare e che è fatto di «canoniche tortorelle, rondini, colombe, o puri ne semplici ‘uccellini d’amore’» nonché «della serie botanica (il garofoletto, la rosa, il tulipano, il gelsomino, il basilico, il pepe)» oltreché dei «nomi, divenuti formule, derivati dal mito pagano e dall’agiografia cattolica». Nella sezione relativa a Mèlito della raccolta Mandalari (Canti del popolo reggino, Napoli 1881) si rinvengono però dei canti di «sdegno» che non rientrano negli stereotipi pasoliniani e appaiono come espressione originale dell’ideologia «masculina». Sempre Pasolini (Canzoniere italiano, 96-97) annota che «mancano in tutte le raccolte calabresi e in generale in quelle dell’Italia borbonica (…) l’individuazione estetica dei deliziosi canti di donne… Ma proprio una ancora più forte arretratezza sociale è qui la causa dell’esclusione dal canto delle donne (a meno che non si tratti di meretrici…). Il sesso è sublimato in forme di sentimentalismo drammatico o ironico: non ci si scherza mai sopra, come nel Nord, e le sconcezze non sono mai allegre». In questo panorama fa eccezione il canto melitese n. 54 della raccolta Mandalari; il poeta di Casarsa non lo include nell’antologia  ma lo cita integralmente nell’introduzione per esemplificarne, pur in assenza di violenza verbale, più l’esibizionismo che l’innocente vanteria e «più dell’insolenza, una forma di disprezzo morboso, di vigliaccheria, nei riguardi di chi è caduto, si è fatto ‘diverso’ nel disonore». Eccolo, allora, il canto melitese che, sempre ad avviso di Pasolini, appare sì di tono leggero «ma fino ad un certo punto»:

Non t’annazzari cchiù, mula sturnedda,

Ca fua lu primu chi ti ncavarcai

E poi ti misi la barda e la sedda

E centu (s) pirunati ti minai.

Ora chi l’eppi la to’ pignatedda,

dancilla a cu la voi; mi la scialai.

Un «pedi di canzuna» con la coda in cui il «maschio cantante» lascia trasparire il dispetto verso la donna assimilata ad una mula storna (doppia anomalia, l’ibridismo genetico e il colore che, come quello dello storno, presenta inusuali sfumature biancastre nel manto scuro) che lui si vanta di aver cavalcato e addomesticato per primo mettendogli barda, il basto, ed anche la sella e di aver accompagnato la domesticazione anche con «centu spirunati». Qui bisogna chiarire che la trascrizione riportata, «spirunati», è erronea e modulata dall’informatore, trattandosi di una bestia da soma, sull’italiano  «sprone» che deriva ( Migliorini-Duro, Prontuario etimologico, ad vocem, dal francone «sporo» con identico significato); ora in dialetto calabro esiste  sia «spirune» che la variante «spirunu» [col significato, però, di «sprone (del gallo)» (Rohlfs)] ed anche «spiruni» ma solo nel contesto dell’allevamento del baco da seta [«dormi di spiruni, si trova nella seconda muta (del filugello) (ibidem)]. Ben più ricca ed appropriata è la linea di derivazione dal greco лερόνιον, piccolo perno > calabrese «piruni», piolo, cavicchio, stecco, grosso chiodo di legno, aculeo (Rohlfs, ad vocem) > pirunata, colpo di piruni, puntura con un aculeo di qualsiasi materiale che veniva inflitta alle bestie da soma sia per far loro accelerare il passo e sia, nella fase di domesticazione per abituarle a sopportare poi altre le sollecitazioni senza «nnazzarsi» > «inalzarsi» sgroppare. Facile, naturalmente, l’associazione metaforica del «piruni» all’organo sessuale maschile. Ricordo anche il diminutivo «pirun-aci», con riferimento al «pisello» del bimbino o anche del feto; infatti un fortunato, a suo dire, per aver indotto nella moglie ben cinque gravidanze «masculine»,  spacconeggiava sulla sua capacità di variare «in itinere» il sesso del nascituro chiudendo la «cchetta» (asola) dell’embrione femminile e inserendo al suo posto il «pirunaci». La coda del tetrastico contiene la miserabilissima vanteria del «cantante»:  lui si è scialato la «pignateddha» (il recipiente di terracotta per la  cottura dei legumi, cibi rilevantissimi della civiltà contadina) della donna che ora può farne ciò che vuole. La pignata rientra a pieno nella metafora sessuale anche per la sua facilità alla irrimediabile rottura. Infatti anche Rohlfs censisce «pignatežu, genitale di donna; nci ruppìa u -, le ho fatto la deflorazione». Ecco, invece, un canto sdegnoso, il n. 76, che corre sul filo dell’ironia  (la donna è un prodotto estremamente bello ma dell’inferno) e considera un aspetto negativo l’altezza e la magrezza (il canone sottinteso è quindi quello della proporzione) ma non contiene allusione alcuna alla sfera sessuale. Il disprezzo è nella chiusa, in cauda venenum, con il contrasto fra l’apparente bellezza della donna che però è come una pera marcia, marcia dentro e bella di fuori.   

Siti cchiù longa vu’ ca nu vascellu,

Dritta comun a torcia p’addumari,

Dilicata chi vvi capi n’anellu,

Cchiù bbedda u nfernu non vi potti fari, 

Vui siti veramenti comu ‘a pira,

quando è fràcita d’intra e bona i fora.

Il canto 67 fa risalire la bruttezza estrema della donna (si cchiù brutta di li to’ bruttizzi) al momento della nascita che ha provocato ben 500 terremoti (tremulizi):

Quandu nascisti tu, brutta bruttazza,

nci furu cincucentu tremulizi,

to mamma ti nfasciàu nta la bisazza,

e poi ti caddiàu nta li mundizzi.

Ambatula cu ss’occhi mi minazzi,

sì assai cchiù brutta di li to’ bruttizzi.

Una sola chiosa lessicale: l’ambatula del penultimo verso viene, per Rohlfs, dall’arabo «bâtil», invano. Chiudiamo con una doppia quartina, n. 55, che si caratterizza, oltre che per il simpatico distico finale in cui consiglia la donna non più avvenente di farsi… monachella, anche per la considerazione di una bellezza smagliata ormai non in grado di ammaliare (con la bella metafora marinara non pìgghianu cchiù pisci i vostri rriti):

Non vi faciti bbedda ca non siti,

si vvi criditi bedda vi ngannati;

Guardativi nt’o specchiu e ddha viditi

Chi puru i magghi su nnetti e spizzati.

Non pìgghianu cchiù pisci i vostri riti.

Chi ppuru li stagiuni su cangiati.

Si ora ‘u me’ cunsigghiu vu’ pigghiati,

vi fati monachedda e ‘a nduvinati.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...