Libri

“Una figlia di Iside”

di Gabriele Ottaviani

Al termine, il pubblico assiepato nel cortile pestò i piedi per terra in segno d’entusiasmo gridando all’unisono: “Brava, Iside! Brava”, lanciandomi rose, gelsomini e garofani. Da quel momento, ogni volta che qualche spettatore mi incrociava per la strada mi indicava dicendo: “Ecco Iside”. “Nawal ha talento, può diventare una grande artista, signora Zaynab”, ripeteva miss Yvonne a mia madre quando veniva a farci visita. E, immancabilmente, ogni volta che le sentivo pronunciare il mio nome, Nawal, mi batteva il cuore. Adesso non era più un nome qualunque. Era come se lo sentissi per la prima volta e, abbinato alla parola ‘talento’, mi faceva salire al settimo cielo. A volte, insieme a miss Yvonne, veniva anche miss Hamer. In simili occasioni mia madre apriva il salone, che in casa nostra era considerato una specie di luogo sacro. Rimaneva chiuso tutto l’anno, con porte e finestre ermeticamente serrate, mai aperte se non per ricevere ospiti che non fossero parenti. Le poltrone erano in legno di faggio rifasciate di una seta rossa che al tatto sembrava velluto. Essendo dipinto in oro, il mobilio veniva chiamato al-takm al-modhab (‘mobilio indorato’). Le poltrone, dette da mia madre fauteuils, venivano avvolte da teli bianchi per proteggerle dalla luce e dalla polvere. Sul pavimento era steso un tappeto persiano a tinte luminose, parte del corredo della sposa portato a casa dalla mamma la prima notte di nozze. A noi bambini non era concesso incontrare ospiti che non fossero della famiglia. Al suo arrivo miss Yvonne chiedeva: “Dov’è Nawal?”. Allora la mamma mi chiamava: “Nawal, vieni a salutare miss Yvonne”. Di solito mi trovavo già pronta dietro la porta, le orecchie tese a origliare, in attesa di una scusa per entrare come un razzo. In salone la mamma era diversa dalla donna che ero abituata a vedere in cucina: il vestito di seta le donava un altro viso, vestiva un altro corpo. I lunghi capelli dorati le ricadevano sulle spalle e il collo, dalla pelle lucida come marmo scolpito, pareva più lungo e sottile.

Una figlia di Iside, Nawal El Saadawi, Nutrimenti, traduzione di Roberta Bricchetto. La femminista più famosa e autorevole del mondo islamico si racconta in una testimonianza vibrante, intensa, dettagliata, coinvolgente, sconvolgente, deflagrante, destabilizzante, argomentando con prosa ammaliante e travolgente la sua personale risposta a quella inveterata e incancrenita forma mentis in base alla quale la nascita di una donna è una sventura (e di disgrazie di ogni genere e a ogni latitudine le donne, purtroppo, sono vittime quotidianamente): un volume semplicemente necessario. Oltre che magnetico e magnifico.

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