Libri

“I poteri forti”

di Gabriele Ottaviani

Un odore dolcissimo ma nauseante lo accolse all’ingresso di un ponte di pietra. La sposa disse eccoci qui, e lui sporse la testa dal parapetto. Dove avrebbe dovuto trovare i gorghi rapinosi di un fiume scoprì una gola prosciugata di roccia tagliente. La sposa disse non è bellissimo? Ma era un posto così lugubre, e a un tratto, quando lei lo abbracciò, e ancora di più lo schiacciò sul suo piccolo seno, lui non solo tremò, ma desiderò fuggire. La sposa mise gli occhi nei suoi. Avevano entrambi le labbra asciutte. E lui, cedendo di colpo, abbracciò la sposa, e i suoi brutti pensieri svanirono come se non ci fossero mai stati, e si sentì così accolto, come se tra le sue braccia e le braccia della sposa si fosse aperto uno spazio che era meta e origine di ogni peregrinare. Allora chiuse gli occhi, e intrecciò il suo respiro a quello della sposa. Ma l’odore che saliva dalla gola di roccia avvampò, e divenne così vivo e insopportabile, e il rumore di qualcosa, come un guaito, un uggiolio, lo tirò fuori da quello spazio vorticoso – e se la sposa disse allora baciami, lui aprì gli occhi con più spavento. All’ingresso del ponte, comparvero tre cani, due dal pelo fulvo, uno pezzato. Ringhiavano. Avevano gli occhi spiritati e il muso grondante di saliva. Lui si slacciò da lei, con più terrore attaccò la schiena al parapetto. Ma non era sua la carne che i cani puntavano, quell’odore sembrava chiamarli a sé da più lontano – e i cani, abbaiando, staccarono una breve corsa, con un salto superarono il parapetto lanciandosi giù, dove la roccia scintillava aguzza. Davanti a tanto orrore, lui urlò, d’istinto si cacciò dietro quei cani. Provò ad acciuffarne uno dalla coda, miseramente gli sfuggì – e se il cane precipitò azzannando l’aria, lui conservò tra le dita dei peli bianchi e neri. Succede da sempre, disse la sposa.

I poteri forti, Giuseppe Zucco, NN. Un giorno Winckelmann giunse in Italia, e teorizzò di fatto il neoclassicismo, fondando tutta la sua serie di teorie speculative su una sequela quasi senza precedenti di topiche imbarazzanti, in primo luogo l’ossessione per il candore marmoreo. Lui, infatti, aveva visto le copie romane dei più grandi manufatti della storia: ai greci invece, infatti, i colori garbavano eccome. Ma su una cosa non si può dargli torto: quando osservò il gruppo scultoreo del Laocoonte rimase estasiato, e lo fece assurgere a simbolo dell’idea alla base, a suo dire, dell’arte d’ispirazione classica, ossia quella che sotto una superficie – Hegel poi dirà che non vi sia nulla di più profondo d’essa, ma si tratta di un’altra storia – placida cela perfetta l’irrefrenabile eruzione delle passioni. Cambiando quel che dev’essere cambiato, vale lo stesso per la prosa cesellatissima di Zucco, che in cinque racconti tratteggia altrettanti universi, mettendo l’uomo di fronte all’indecifrabilità della sua condizione, squarciando il velo che lo separa dall’abisso delle cose che sa che sono sottese, ma verso cui dovrebbe, ma non vuole, guardare. Bellissimo.

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