Libri

“Uomo invisibile”

di Gabriele Ottaviani

E io capisco che non ci si può ragionare. Allora penso, me le prendo tutte quelle che mi vuole dare. Mi sembra che il minimo che posso fare è beccarmi la punizione. Mi dico: Se soffri, è meglio. Forse glielo devi, a Kate, di farti picchiare. Non è che hai la colpa, ma lei pensa di sì. Non vuoi farti picchiare, ma lei pensa che ti deve picchiare. Tu vuoi alzarti, ma sei troppo debole per alzarti. Sì, ero proprio immobilizzato lì, come un ragazzino che d’inverno si incolla il labbro alla canna della pompa. Ero come una ghiandaia che si fa pizzicare dalle vespe finché non rimane paralizzata, ma ha ancora gli occhi vivi e le guarda mentre la ammazzano di punture. Mi sembrava che mi spingeva dentro la mia testa, lontano, dietro gli occhi, come che ero in piedi dietro un frangivento durante una tempesta. Guardo di fuori e vedo Kate che sta correndo contro di me e si trascina una cosa. Cerco di vedere cos’è perché sono curioso, voglio sapere, e vedo la gonna che si impiglia nella stufa e ora le si vede la mano, tiene qualcosa. Io penso, è un manico. E che ci deve fare con un manico? Poi la vedo enorme, sopra di me. Agita le braccia come un uomo con una mazza in mano, una mazza di dieci libbre, e vedo le nocche della mano, hanno i lividi, perdono sangue, e vedo che la prende nella gonna e vedo che la gonna sale su perché vuole mostrarmi le cosce e io vedo che ha la pelle rugginosa e grigia per il freddo, e la vedo che si piega e si raddrizza e sento che grugnisce e vedo che si muove e sento l’odore del sudore e so dalla forma di quel pezzo di legno scintillante che cosa mi vuole tirare addosso. Signore, sì! Vedo che stavolta la blocca una trapunta che la fa cadere per terra. Poi vedo l’ascia tutta intera! Luccica, luccica perché l’ho affilata per bene pochi giorni prima, e oh, nel fondo della mia anima, lì in fondo, dietro quel frangivento, io sto urlando: ‘NOOO! KATE – Dio, Kate, NOO!!!’”. L’aveva detto con una voce così stridente che io avevo alzato gli occhi stupefatto. Trueblood sembrava guardare attraverso Mr Norton con occhi vitrei. I bambini, sentendo il padre, si erano immobilizzati, lo guardavano come si sentissero in colpa di giocare. “Ma era come implorare una locomotiva”, riprese…

Ralph Waldo Ellison, Uomo invisibile, Fandango. Con un testo inedito di Ralph Ellison. A cura di Francesco Pacifico. Vissuto fra il millenovecentoquattordici e il millenovecentonovantaquattro, scrittore, saggista e critico musicale di Oklahoma City chiamato così dal padre in onore di Ralph Waldo Emerson, filosofo, scrittore, saggista e poeta, nel millenovecentocinquantatré Ellison vinse il National Book Award con il suo romanzo d’esordio: questo, che ora torna in libreria in un’edizione magnifica che segue di molti decenni quella con lo stesso titolo, traduzione letterale di quello originale, di Einaudi, curata da Luciano Gallino e dal mai abbastanza ricordato e rimpianto Carlo Fruttero. Uomo invisibile affronta il tema, per l’epoca decisamente rivoluzionario, oggi comunque assai e per certi versi anche tragicamente attuale, con un’ottica diversa rispetto a quella che si legge nei testi di Richard Wright e di James Baldwin, animati da un altro genere di foga, che si riverberava nella definizione di personaggi meno coscienti di sé, della ricerca da parte dell’uomo della propria identità e del suo posto nella società e nel mondo visto dalla prospettiva del protagonista, un afroamericano senza nome nella città di New York degli anni Quaranta del secolo scorso, alle prese con il razzismo degli altri che rifiutano di vederlo, con l’alienazione, la dissociazione e le differenze di atteggiamento nei suoi riguardi fra il Nord e il Sud degli USA, non mancando di affrontare tabù come l’incesto e la percezione distorta dell’America WASP in merito alla sessualità dei neri (gli stessi che, però, per inciso, rifiutarono in maniera piuttosto netta la schiettezza del succitato Baldwin nell’affrontare il mondo gay afroamericano, in un tempo in cui le tensioni sociali, la ghettizzazione e l’emarginazione erano ancora più plateali e violente di quanto non siano oggi, a maggior ragione nell’America divisa che emerge dalla fine della presidenza Trump): da non perdere.

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