Libri

“Ora che eravamo libere”

di Gabriele Ottaviani

La mattina seguente mi svegliai con un dolore acuto in mezzo al petto. Vidi la luce del sole filtrare all’interno della stanza e mi accorsi di avere il gomito di Dries piantato al centro del torace. Mi divincolai per spostarmi da sotto il suo corpo, ma fu inutile. Per quanto fosse magro, lo sentivo comunque pesantissimo e il suo gomito sembrava uno spuntone acuminato. Appoggiando una spalla allo schienale della mia panca, piantai il piede contro lo schienale della sua e spinsi con tutta la forza che avevo. Il cordino che teneva legati i piedi posteriori delle panche si spezzò, le panche si staccarono e la parte inferiore dei nostri corpi scivolò a terra. Dries imprecò, agitò le braccia e si svegliò. Il rumore destò anche Joke e Nell, e per alcuni istanti restammo seduti sulle panche strette, stirando i muscoli contratti, sbadigliando e cercando di rispondere ad alcune semplici domande come dove fossimo, perché ci trovassimo lì e cos’avremmo dovuto fare ora. «Devono essere almeno le sette e mezza», dissi. Joke saltò su, corse in bagno e si affacciò dalla porta per annunciare: «È tutto nostro», dopodiché scomparve di nuovo.

Henriette Roosenburg, Ora che eravamo libere, Fazi, traduzione di Arianna Pelagalli. Il millenovecentocinquantasette è un anno fondamentale per la letteratura: il Nobel a Camus, la morte di Tomasi di Lampedusa, vedono la luce L’isola di Arturo, Il dottor Živago, questo libro… Henriette Roosenburg è olandese e ha poco più di quarant’anni quando pubblica le sue memorie: nata nel millenovecentosedici, giovane universitaria si unisce alla resistenza antinazista, il che la rende destinataria di una condanna a morte. Liberata però dal carcere di Waldheim in Sassonia nella primavera del millenovecentoquarantacinque, dopo circa un anno di detenzione, mentre tutto intorno è caos con alcune compagnie di prigionia intraprende un lunghissimo viaggio per tornare a casa, passando in mezzo alla storia e all’orrore: imprescindibile.

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