Libri

“Il circo del ring”

di Gabriele Ottaviani

Spediamo i nostri figli adolescenti in remoti campi di sopravvivenza, dove imparano a mangiare vermi e a cavarsela nella natura selvaggia con il solo ausilio di un coltello e un brandello di corda. I più sedentari riescono a sviluppare una versione convincente della demenza pugilistica senza neanche prendersi il disturbo di faticare: gli basta esagerare con l’alcol. Perché prendiamo parte a queste pericolose farse? Non sono qualificata per rispondere, ma come chiunque altro ho anch’io una teoria. Sono convinta che lungi dal rappresentare un istinto indegno, la capacità di mostrarsi aggressivi e violenti sia cruciale per la sopravvivenza della specie. A scuola ci insegnano che gli umani sono creature sprovviste di artigli e zanne, creature lente e deboli se paragonate agli altri animali, non solo i felini e i canidi – che ci sbranerebbero volentieri – ma anche il bestiame che mangiamo. Ci insegnano che è un solo dono e uno soltanto ad aver reso l’Homo Sapiens il padrone, e il flagello, degli esseri viventi. Quel dono, ci hanno detto, è il magnifico cervello umano. E quindi com’è che non siamo tutti ai Tropici a comunicare in celestiali melodie come i delfini? Gli amanti delle pinne sostengono che questi ultimi abbiano molta più capacità cranica di noi, e che siano troppo saggi, troppo imbevuti dello spirito del cosmo, per immaginare di manipolare l’ambiente in cui vivono. Secondo me invece il cervello, il pollice opponibile e la postura eretta, non sono sufficienti a rendere conto di tutto ciò che combiniamo noi esseri umani. Riflettiamo un secondo, però, sulla forte volontà di sopravvivenza di cui siamo provvisti. Riflettiamo sulla nostra capacità di esprimere violenza spietata. Riflettiamo sul fatto che, pur essendo creature fragili e ridicole, ogni altro essere vivente, dall’elefante alla tigre, scappa a gambe levate sentendo il nostro odore, perché siamo le bestie più cattive del pianeta. Non siamo estinti perché abbiamo combinato il cervello con l’aggressività…

Il circo del ring – Dispacci dal mondo della boxe, Katherine Dunn, 66thand2nd, traduzione di Leonardo Taiuti. Non è solo lo sport più cinematografico (del resto il ring è il perfetto teatro di posa, set ideale per coreografie di riscatto e trionfo): la nobile arte è senza dubbio il rito e la disciplina più simbolica, solenne e letteraria che esista, l’erede del pancrazio classico in cui eccelleva finanche il filosofo dei filosofi, Platone, e il nome col quale è giunto sino ai posteri deriva proprio dalle spalle larghe forgiate da tanta vigoria. Joyce Carol Oates ha dato alle stampe anni or sono Sulla boxe: con Il circo del ring in questa scia, ma tracciando una parabola tutta sua, originale e maestosa, si inserisce Katherine Dunn, intellettuale finissima, che nell’arco di un quarto di secolo ha redatto ventidue brevi pezzi, ora qui raccolti in un unico volume, lirici anche nel racconto dell’abiezione, ritratti impressionisti di Roberto Durán, Sugar Ray Leonard, Marvin «The Marvelous» Hagler, Johnny Tapia, Mike Tyson e tanti altri. Semplicemente eccezionale.

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