Libri

“Ragazza, donna, altro”

di Gabriele Ottaviani

Poco dopo che la sua identità era esplosa in mille pezzi, Penelope incontrò Giles…

Ragazza, donna, altro, Bernardine Evaristo, Sur, traduzione di Martina Testa. Ottavo romanzo, caleidoscopico, potente, brillante, geniale, profondissimo, prorompente, beat nell’accezione più ampia ed elevata del termine, dell’autrice di Eltham, definito dall’ottima Roxane Gay il suo preferito fra tutti quelli del duemiladiciannove, amatissimo da Obama, ha vinto, rendendo così la sua autrice la prima donna nera e la prima persona nera di nazionalità britannica a potersi fregiare di questo titolo, il mitico Booker Prize, che dal millenovecentosessantanove insignisce il miglior romanzo scritto in lingua inglese e pubblicato nel Regno Unito o in Irlanda, a pari merito, giustamente, con un volume che non avrebbe potuto essere più diverso e al tempo stesso altrettanto eccezionale e complementare a livello stilistico, contenutistico, etico, morale, sociale, artistico, politico, formidabilmente ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, ossia il seguito dell’Ancella, I testamenti, di Margaret Atwood, poetessa, attivista, femminista, critica, ambientalista, romanziera distopica e non solo, una che assieme a Bernardine Evaristo fa parte della rosa dell’empireo della grande letteratura, in compagnia di nomi eccelsi del calibro di Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Joyce Carol Oates (Il giardino delle delizie, Loro, Blonde, Un’educazione sentimentale, L’età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Bestie, Una ragazza tatuata, Stupro, Acqua nera, Le casacte, Tu non mi conosci, La madre che mi manca, La femmina della specie, Vittima sacrificale, La figlia dello straniero, Uccellino del paradiso, Storie americane, Per cosa ho vissuto, Figli randagi, Il collezionista di bambole, Il maledetto, La donna del fango) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse): Ragazza, donna, altro, un po’, cambiando quel che dev’essere cambiato, come sullo schermo ha fatto il maestoso e deflagrante Years and years, con i superlativi Russell Tovey ed Emma Thompson, rilegge in modo necessario, anticonvenzionale, unico e non paragonabile con null’altro, come se ci si muovesse in un labirinto, un puzzle, un domino, tra i versi di un’ode o tra i fili d’una tessitura preziosa, attraverso il lavoro, il sesso, l’amore, la famiglia, i riti, le abitudini, le passioni, le debolezze, i sogni, le fragilità, le meschinità, le tenerezze e i legami di un secolo di storia britannica per il tramite di dodici donne, etero, gay, bianche, nere, di sangue misto, anziane, giovani, ricche, povere, attiviste, matriarche, docenti o artiste, delle loro vite e degli uomini che, nel bene e nel male, le hanno attraversate. Sublime.

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