Libri

Daniele Nadir, il messaggio di Francesco, la storia e il mistero della natura

di Gabriele Ottaviani

Daniele Nadir ha scritto l’intenso La clavicola di San Francesco: Convenzionali lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Riesco a vedere i moventi di una storia solo a posteriori: il motore primo, scrivendo, è seguire la trama… che in questo caso si avvia con la scomparsa di Sebastiano nel terremoto di Assisi del ’97. Vent’anni più tardi, Fabio e Giulia cercano le tracce ormai fredde del loro amico d’infanzia fra Torino, il Vaticano, Assisi e il Mare del Nord. Seb stava cercando una reliquia attribuita a San Francesco, e fra improbabili presenze animali, biblioteche ed eresie, il loro viaggio inizia ad avere un sapore apocalittico. Che si tratti di Seb o di un gruppo di francescani sterminato sei secoli prima, il modo in cui i personaggi vedono la Clavicola, l’utopia di San Francesco, mette in scena l’animalismo più intransigente quanto le contraddizioni della realtà in cui viviamo, senza sconti. Quando sei piccolo non c’è retorica, giusto o sbagliato: certe verità sono semplici, punto. A dodici anni Seb, Fabio e Giulia si sono fatti (quasi) sbranare pur di liberare il cane folle dei vicini, ma – come dice Seb – son tutti buoni ad amare i cagnini. Vent’anni dopo la sua lucidità spaventa. La tensione fra Seb e i suoi amici che lo raggiungono su un’isola fuori dal mondo è il cuore segreto di questo romanzo.

Quanto è forte ancora oggi il messaggio francescano?

Vedo San Francesco come il simbolo di un’empatia più ampia, e se togliamo Dio dall’equazione, è una figura i cui valori posso ispirare anche un laico postmoderno. Non sempre una visione così aperta va per la maggiore, ma è un valore che tanti condividono.

Che ricordi ha del terremoto del 1997?

Diretti, pochi. Ricordo le pagine di un mensile che ho ritagliato, e l’agghiacciante video del crollo, in loop, un tempo in tivù, poi sulla rete. Da qui in poi la tragedia è sfumata nella trama della Clavicola e ha assunto una grana speciale, sospesa, fuori dal tempo.

Perché si fa così poco di concreto per l’ambiente?

Il discorso è più grande di me, ma a qualsiasi livello è un problema di priorità dei singoli come degli stati o delle grandi ditte (per lo più impermeabili all’empatia, se non quando è utile). Restando sulla presa di coscienza individuale, l’unica su cui possiamo incidere, due scene che mi hanno colpito. 1) In un vecchio film ‘un’ecologista radicale’ accusa un uomo di fregarsene dell’ambiente, lui ribatte misurando l’impatto che singolarmente abbiamo sull’ozono, anche solo vivendo, e le consiglia di uccidersi. 2) Anni dopo, quasi a rispondere a quella sequenza disturbante, Safran Foer considera dialetticamente l’opzione, e determina con calcoli e riporti che, anche grazie ai social media, l’impatto delle nostre idee per migliorare il mondo in cui siamo è decisamente più rilevante del nostro impatto ambientale. Questo scontro, volutamente estremo, ha il pregio di mostrare che informarsi e scegliere priorità e valori è la base per avere un approccio diverso da quello della ragazza e dell’uomo in quel vecchio film.

Francesco parlava di armonia del creato: come possiamo ritrovarla?

Sebastiano, nella storia, ha idee estreme, a riguardo. Io opto per l’approccio più morbido di Fabio e Giulia, ma non faccio spoiler e passo la parola al romanzo, per chi è curioso.

Come si riesce ad amalgamare così bene, come ha fatto lei, il registro dell’avventura con quello della ricerca storica?

A meno che tu non sia uno storico di professione (nel qual caso è un lavoro infinitamente minuzioso), la ricerca storica è di per sé un’avventura. In ogni momento ti fornisce stimoli, intrecci e dettagli inaspettati che danno verità e bellezza alla tua storia, tanto che spesso (ne Lo stagno di fuoco) le parentesi storiche più improbabili erano quelle realmente avvenute. Dopo un poco, poi – è il bello della narrativa – è impossibile distinguere quanto è avvenuto e quanto è stato inventato.

Chi ha amato Lo stagno di fuoco cosa ritroverà di quel mood nella sua nuova opera, secondo lei?

Religione, Storia, soprattutto avventura, molto meno sovrannaturale, anche se nei punti giusti, e il ritmo di una narrazione in cui enormi avvenimenti e tensioni entrano con semplicità a far parte della vite di personaggi che non sono eroi ma con cui, per lo più, andremmo volentieri a farci una birra.

Perché scrive?

Per quanto per certi aspetti sia logorante, quando riesco a seguire una trama, a scavare, è una sensazione splendida. E poi alcune storie vogliono essere scritte, e non mi lasciano in pace sino all’ultima limatura, ammesso che esista.

Cosa deve fare chi volesse diventare scrittore?

Direi: leggere, leggere, leggere (e vedere film, e sentire musica, ma soprattutto andare a caccia di frasi e parole preziose). E, ricordatevi, ancora prima dello stile, conta la storia: sempre. E se vi riesce, trovate qualcuno che rispettate, da cui potrete accettare critiche al vetriolo senza arroccarvi. Vi consiglio di leggere l’introduzione di John D. McDonald (l’autore di Cape Fear) ad A volte ritornano di King. In quattro pagine troverete tutte le dritte che vorrei aver avuto. Inoltre, se avrete fra le mani quella raccolta, L’ultimo piolo non vi deluderà.

Prossimi progetti?

Il sequel dello Stagno, una cosa che non avrei mai pensato di scrivere. Ci lavoro da un anno e temo ce ne vorranno molti altri per arrivare alla fine. Lo Stagno era imponente, I libri dei gabbiani di più. Di buono c’è che lavorare a questa storia, a questo mondo, è una gioia.

Il libro che avrebbe voluto scrivere e quello che non è mai riuscito a finire di leggere.

Avrei voluto scrivere Il fuoco sacro di Patricia Antonhy, un racconto qualsiasi di Buzzati e L’Inferno comincia dal giardino di Lethem (racconto e raccolta). Stagioni diverse di King, La versione di Barney di Richler, Hyperion di Dan Simmons e, beh, cento altri. Insomma, mi piacerebbe aver scritto tutte le storie che ho amato e divorato. Ora sono anche un po’ mie. Il romanzo abbandonato? Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago. Ho letto con la massima ammirazione il primo capitolo, e ogni volta che riprendo il libro in mano lo rileggo. Prima o poi andrò oltre.

Il libro e il film del cuore, e perché.

È come chiedere chi hai sposato, ma ci sono troppi innamoramenti per accasarsi, da un bacio a relazioni vertiginose. Al posto di un podio, proporrei gli ultimi che ho riletto, o rivisto. Libri: Bad Monkey di Matt Ruff, Libra di DeLillo. Film: Inglourious basterds di Tarantino e il vecchio Frankenstein Junior di Mel Brooks. Perché? Perché sono incredibilmente belli.

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