Libri

Gli ascendenti di Cola Ierofani

di Giuseppe Maria Tripodi

«La buona critica è quella che aiuta l’opera (…) ad «aprirsi» nella mente di chi legge, aiuta un mondo, che è intessuto di parole (…), a svelarsi, nella sua struttura connettiva e nel suo nudo cristallo» (Severino Cesari, «Il manifesto-alias» 3 dicembre 2017)

Inaspettate, non richieste, fuori tempo massimo perché il libro oramai non è più in commercio, sono giunte, da «Zoomsud» del 10 gennaio 2021, oltremodo gradite le note di lettura di Alberto Barbaro sul mio «Cola Ierofani», uscito nel 2014 per Città del Sole edizioni di Reggio Calabria.

Barbaro dice che «i personaggi, pur di umile origine, divengono prototipo di una tipica condizione umana, talché potremmo definire il libro un vero romanzo epico». Aggiungerei soltanto che l’epica del libro nasce da conoscenze di uomini e donne che hanno costituito l’ordito della tela sul quale, lentamente, si è accumulato fino a prendere forma e pagina il filo racconto.

Ma il narratore non è un automa che, inserito il programma di scrittura e i personaggi, tira fuori il romanzo; il narratore versa nella scrittura tutto il suo mondo e, in particolare, i mondi degli scrittori che hanno contato nella sua vita; perché, in fondo e banalmente, leggendo un libro si incontra il suo autore, la sua lingua e il modo di raccontare che sono essenziali per imparare a scrivere.

D’altra parte un lettore ricco dei libri letti si muove dentro il testo con una agilità che non possiede il lettore occasionale; riesce a rintracciarvi le peculiarità lessicali, le figure retoriche e finanche gli archetipi dell’autore che rimangono sullo sfondo del racconto in attesa che qualcuno si ricordi di loro.

Alberto Barbaro appartiene alla genia dei lettori profondi e di lunga lena, che non arretra di fronte a un testo che quantitativamente è fuori dagli standard correnti secondo i quali un libro deve avere un numero di pagine che non superi, o che non superi di molto, le trecento pagine.

Sicché il microscopio di Barbaro ha rintracciato in Cola Ierofani degli ascendenti che altri non hanno visto e che comunque si trovavano nel bagaglio culturale dell’autore. Quello delle parentele di un libro è forse il capitolo importante della critica e, a volte, il lettore colto mette su pagina le sue preferenze e ad esse cerca di costringere il testo che ha davanti.

Non così ha proceduto Barbaro nell’indicare una serie di libri evocati a lui dalla lettura: e non mi sorprenderei se, ad esempio, dopo aver terminato il libro sia andato a pescare nella sua libreria «La morte di Ivàn Il’îc» ed abbia trovato conferma a quello che aveva intuito: Suor Leda che dice «E’ finita!» dopo aver toccato la fronte quasi fredda di Cola è il calco di «E’ finita!» disse qualcuno sopra di lui. del romanzo di Tolstoj.

E l’ultimo atto del pensiero di Cola «E’ finita la morte o la vita?» contiene in forma interrogativa e alternativa la risposta di Ivàn Il’îc  alla stessa domanda: «E’ finita la morte!» disse a se stesso.

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