dialettologia

L’eros montanaro, il ricercatore bacchettone e i fraintendimenti

di Giuseppe Mario Tripodi

Alcuni canti dei greci di Calabria raccolti da Morosi sono apertamente erotici, di un eros rude che si avvale di metafore tratte dalla vita campestre e dall’ovile; per intendere i segreti di questa comunicazione poetica non erano sufficienti gli studi volenterosi e l’orecchio del lessicografo ma occorreva una lunga simbiosi in quell’ambiente che il ricercatore lombardo non poteva avere acquisito nella fugace visita ai luoghi grecanici. Da qui i fraintendimenti ed anche una certa pruderie nell’affrontare la versione italiana dei canti che sfocia in una paradossale resa in lingua latina dei passaggi più «delicati» del testo. Il testo avrebbe potuto intendersi integralmente solo dopo lunga e naturale dimestichezza con il mondo che li aveva partoriti. 

Canto VIII

Cùse-mu dio loghìa, o miceddhuna

Anisce ligo ettundo magno aftuci;

Ise cuccalistì san pastiddùna:

Ehi to melise ettundo mussùci.

Viata chumàse? Ti cunti ene ettuna?

Mojesce ligo ettundo crevattuci.

Ithela na eho arte tundi furtuna

N’ammo medh’esu ena calò morsuci.

Ascoltami due parole, o ragazzottina:

Apri un po’ quella graziosa orecchia;

Sei soda (di carne) come uno spicchio di mandorla

Hai il miele in codesto musetto.

Sempre dormi? Che discorsi son cotesti?

Smuovi un po’ questo lettino.

Vorrei avere io questa fortuna,

D’essere con te una buona pezza.

Il canto presenta versi a rima alternata e quelli pari terminano tutti con la desinenza vezzeggiativa in –ùci: aft-uci, orecchietta, muss-uci, musetto, crevatt-uci, lettino, mors-uci. Il traduttore fraintende completamente l’ultimo verso: infatti dopo l’augurio del verso precedente, vorrei avere io questa fortuna Morosi aggiunge: d’essere con te una buona pezza;oltre che priva di senso la traduzione è sbagliata dal punto di vista grammaticale: infatti sintagma femminile e avrebbe dovuto avere in grecanico calì,  come I calì imera an ti purrì fènete, il buon giorno si vede dal mattino. Mors-uci in questo caso è un ibrido in cui la radice è romanza e la desinenza è greca. Mors-u viene dal francese morceau, che significa pezzo, e in calabro-romanzo significa pezzo, tozzo (nu morsu di pani, un pezzo di pane) ma anche un poco, un tantino (aspetta nu muorzu, aspetta un tantino, avi nu muorsu, poco fa). Non convince neanche la resa in italiano del terzo verso ove cuccalistì viene tradotto con soda di carne  in quanto, nella nota a piè pagina, si specifica che «cuccalistì è femminile dell’aggettivo cuccalistò (osseo, duro, solido; ma cuccalistò-ì in grecanico significa anche alimento saporito (Filippo Condemi, La lingua della valle dell’Amendolea, Reggio Calabria 2006, ad vocem). Pastiddhuna, spicchio di mandorla, appare anch’esso inadeguato, alla luce della nota del traduttore che recita: «… pastiddhuna è da pastiddha, che è il seme (sbucciato) della mandorla e il seme o mandorla della pesca, dell’albicocca ecc. e ciascuno de’ due spicchi in cui il seme stesso si divide». Ora pastiddha è voce romanza e deriva dal latino pastillus, pastiglia odorosa (Damiano Bova, Dizionario etimologico del dialetto bivongese, Reggio Calabria 2017, ad vocem). Il lessicografo, uomo di chiesa,  aggiunge una reticente ellissi: «Altrove in Calabria viene chiamata stigghiu,… nel dialetto bivongese ha altro significato». Il dizionario di Condemi appena citato è più esplicito e ci aiuta a risolvere questo rebus: pastiddha: sf. Seme di zucca e melone, clitoride. I semi di zucca, fatti tostare e venduti nelle sagre e nei negozi di dolciumi, vengono sgranocchiati in cerca dell’anima dolce e saporita. Allora, e concludiamo, non c’era bisogno dello «spicchio di mandorla» ma il verso è chiarissimo: sei saporita e odorosa come il seme di zucca, con l’allusione incombente del significato della pastiddha di donna, anch’essa odorosa, saporita e a doppio scrigno.

Canto IX

O miceddhuna t’ise ettuparànu,

Ela ja catu, ja na se centròso;

Mia appidìa papali na su camo,

Appidìa na doso pi passévi appode

Ce na s’armescio  ettùnda vizzìa

Mia lacani cinuria na jomoso:

Ce tossi tin partà eho na camo,

olo ton cosmo na ton amplastròso.

O figghioleddha chi si ddhocu a supra

Veni ccà sutta chi t’aju a nnestari

na pirara papali ti preparu

per dari pira a cu passa di ccàni.

E dassa mi ti mùngiu li to’ minni

Na caddara novella pe mi jncu.

E tanta ricotta aju mi fazzu

                               Tuttu lu mundu pe mi sburracchìju.

Il testo trascritto da Morosi presenta un’anomalia alla fine del terzo e del penultimo verso: camo, con molta probabilità, sta per canno, faccio, dato che così viene tradotto. La traduzione del ricercatore odora di incenso se è vero che i passi più «lascivi» vengono resi in latino; ja se centroso, per innestarti, diventa ut in te insitionem faciam, faccia in te un innesto. Al verso successivo,  mia appidìa papali na su camo (canno), diventa ut pyrum papalem in te inseram; letteralmente perché in te io innesti un pero papale. Quindi ci sarebbe una ripetizione concettuale, si parla due volte della stessa cosa, anche se la seconda, innesto di pera papale, potrebbe essere intesa come specificazione della prima azione. L’interpretazione di Morosi si fonda dunque sull’innesto come metafora dell’atto sessuale, cosa molto probabile, se riferita al secondo verso. Non va bene invece con il terzo verso intanto perché, per quanti versi erotici in tante lingua abbia letto l’autore di queste note, mai ha trovato una similitudine tra il pene e la pera sia pure papale; e poi perché  l’innesto dell’albero di pero con mazza del tipo papali serve per ottenere un buon raccolto da distribuire ai viandanti del luogo (pi passevi appode). Infatti la Mia appidia papali del verso tre è inequivocabilmente l’albero di pero, anzi un albero particolare che dà frutti di colore giallastro, come i finimenti papali da cui prende il nome, che sono molto pregiati: frutti che dolci, di polpa dura e poco acquosi si prestavano ad essere disidratati al sole o cotti al forno per essere conservati meglio nei tempi lunghi, cottea o costea. Ma appidìa del verso quattro e senz’altro neutro plurale della terza declinazione e significa: pere da dare a chi passa da qui. Mentre per Morosi anche l’appidìa del IV verso è unica e, proseguendo la metafora sessuale, va inserita dentro la ragazza: «Ut pyrum papalem in te inseram». Forse l’anonimo ha voluto fare un gioco che arricchisce la comunicazione poetica: al verso due ha alluso all’innesto come  atto sessuale aspettando che l’ascoltatore si adagiasse sulla metafora per, poi, fare una diversione di senso verso l’innesto del pero papale che dia frutti da distribuire a chi passa. Nella seconda quartina si passa dalle allusioni all’eros apertamente pornografico: il giovane vuole mungere, verbo legato quanto mai all’ovile, il seno della ragazza (ut mungam mammas tuas traduce correttamente questa volta in latino Morosi) per riempire di latte una caldaia novella e fare tanta ricotta da poter aspergere tutto il mondo: anche qua c’è sottintesa una sottigliezza linguistica: ricottijàri in calabro-romanzo è verbo che esprime l’effusione amorosa clandestina tra adolescenti o fidanzati clandestini: infatti Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, registra sia ricottijari, flirtare, che ricottaru, uomo che vive con le prostitute. Ecco quindi che la ricotta che vuole produrre in abbondanza il giovane della canzone altro non è che la metafora del flirt clandestino, dei palpeggiamenti anche del seno che sono il preludio all‘effusio seminis finale con cui impiastrare il mondo.

Tassi e melanzane: fraintendimento intorno alla melogna

Canto XII

Ehoristi ad di Hora ena garzuni,

na piri mia mologna an do Horìo.

Irte o cavaleri me ti banda

Ce éfere era mega percifio.

Ehoristi ce eforese mavra

Ja ton difetto p’uhe ton podìo.

La traduzione di Morosi è approssimativa, superficiale, a volte incomprensibile per gravi fraintendimenti lessicali:

Si partì dal capoluogo un giovinetto,

per torre in isposa una smorfia del casale.

Venne il cavaliere con la banda

E portò un gran cosone.

Partì e si vestì di nero

Pel difetto che aveva dei piedi.

Intanto si tratta di una scena sardonica di matrimonio rusticano; Hora e Horìo dove si svolge l’azione non sono il capoluogo e il casale ma Bova e Chorio di Roghudi. I protagonisti sono ena garzuni, cioè un giovinotto, e una donna che il canto definisce mia mologna: che non è una «smorfia del casale» (che cosa voglia dire l’espressione lo sa, evidentemente, solo Morosi); mologna è il nome calabro-romanzo del tasso (dal latino meles, martora, per Rohlfs, che da luogo anche al nome scientifico Meles meles) (Ma ancora peggio fa l’editore che,  in una nota inserita dopo smorfia, precisa; Letteralmente: «Una melanzana»). Potrebbe darsi che la sposa sia più vecchia del garzuni, che abbia qualche capello bianco e quindi sia perciò assimilabile al tasso dal punto di vista cromatico, bianca e nera di capelli come il tasso che ha delle strisce bianche e nere che scorrono dal muso alla nuca. Ma la similitudine è giustificata anche altrimenti: Il Cavaliere, che doveva essere il maestro di musica, arrivò con la banda e recò il bellimbusto. Anche la melogna se ne partì, vestita di nero la poverina (mavra infatti fa riferimento sia ai colori del vestito che all’animo disperato della donna). Melogna: … in senso traslato vale donna grassotta, pari na melogna.  O facci brutta e pedi di melogna / vattindi a chija nigura muntagna (…). (Giovan Battista Marzano, Dizionario etimologico del dialetto calabrese, cit. ad vocem). Evidentemente il difetto al piede era costituito dalle dita disposte a forma di quelle della mano, come sono quelle del tasso. Insomma la sposa era vecchia, grassa e pure con le dita del piede disallineate. Ed ecco la nostra traduzione in calabrese romanzo: 

Si ndi partiu di Bova lu figghiòlu

Mi pigghia na melogna di Chorio.

Vinni lu Cavaleri cu la banda

e portau stu grandi citroluni.

Si ndi partiu (mara iddha) e si vestìu di niru

Pe lu difettu ch’aviva nta lu pedi.

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Una risposta a "L’eros montanaro, il ricercatore bacchettone e i fraintendimenti"

  1. Paolo ha detto:

    Aspettavamo gli approfondimenti del critico letterario di classe. Questi scavi devono continuare. Note: na camo va bene, essendo un congiuntivo formato sul tema dell’aoristo di canno (écama). Appidía, singolare femminile, è il pero = cal. pirara. Quanto alla pastiddha forse c’è analogia col maltese pastizzu, nome di dolce e del sesso femminile. Buon lavoro.

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