dialettologia

Canti d’amore roghudesi a metà Ottocento

di Giuseppe Mario Tripodi

Graziadio Isaia Ascoli (Gorizia 1829-Milano 1907) fu studioso di lingue ario-semitiche e, dal 1861, docente di linguistica alla Accademia Scientifico-letteraria di Milano; nel 1873 fondò l’«Archivio glottologico italiano» sul quale pubblicò studi importanti di glottologia e dialettologia romanza. Giuseppe Morosi, allievo precocissimo di Ascoli, nato a Milano nel 1847 e lì morto nel 1890, fu da lui avviato agli studi di dialettologia che coltivò sul campo della Grecìa salentina mentre insegnava al Liceo-Giannasio di Lecce dal 1866 al 1870; trasferitosi poi ad insegnare in un Liceo napoletano ebbe modo di fare un viaggio nella Calabria Greca da cui trasse i materiali per il saggio I dialetti romaici del mandamento di Bova in Calabria apparso nell’«Archivio glottologico italiano» (n. 4, 1878, pp. 1-112) che recava in appendice il Dialetto romaico di Cardeto Calabro. Il saggio del Morosi conteneva, tra l’altro, quaranta canti d’amore dell’area greco-calabra una parte dei quali (15, provenienti da Roghudi) vennero raccolti da Mario Mandalari nel suo Canti d’amore del popolo reggino, (Napoli, Morano 1881, pp. 253-271); a questa raccolta faremo riferimento nel corso di questo lavoro. Il libro di Mandalari conteneva una prefazione (pp. V-XIV) di Alessandro D’ancona, docente di letteratura  italiana all’Università di Pisa ed esperto di letteratura popolare dialettale, il quale vi sosteneva che

… la massima parte delle Canzoni popolari sia nata in Sicilia, e di là trasportata nel continente, risalendo  dallo stretto fino al Po, alle lagune venete, alle falde delle Alpi liguri e pedemontane,  ove furono ricevute, modificate nel dettato e nella forma strofica, dopo un soggiorno fatto in Toscana (pp. VI-VII).

A sostegno della sua tesi il D’Ancona faceva seguire alla prefazione una Tavola di raffronto fra i canti popolari calabro-reggini ed i siciliani (pp. XV-XXIV) nella quale puntigliosamente venivano elencate le corrispondenze, pagina per pagina e verso per verso, tra   ognuna delle canzoni antologizzate dal Mandalari e le canzoni popolari siciliane da cui derivavano; sono incluse in questa sistemazione filologica  le occorrenze presenti nei canti popolari delle diverse regioni italiane di cui il professore pisano era profondo conoscitore. I canti roghudesi imprestati dal Morosi erano però completamente autoctoni e immuni dalle contaminazioni registrate per le altre canzoni raccolte da Mario Mandalari; d’onde la deduzione, inattaccabile dal punto di vista logico, che l’unico canto popolare calabrese autentico fosse quello delle aree grecaniche più interne espresso,  però e   paradossalmente, in un dialetto costruito nei secoli con un lessico per buona parte alloglotto rispetto a quello calabro-romanzo. L’interesse di questi canti sta nella parte che in essi vi recita la donna:  ancorata dal suo destino ad un ruolo subalterno al quale non si rassegna, la si può seguire nelle proiezioni che di essa passano dentro la «camera oscura» del cervello maschile. Leggiamo per esempio il canto VI della numerazione:  

Egò s’agapia putte t’isso cedda

Arte den mu viennise an di cardìa

Demeno m’ehise me mia cordeddha

De pianno abbento asce camma meria

Su isse mia scocca asce cureddha

Lucevi apposta  oli ghitonìa

Su ise magni jatì den plategghi

Ce j’arto se gapao me tin cardia

I versi sono otto endecasillabi a rima alternata, con il settimo che è solo vagamente assonante con le uscite degli altri dispari che sono tutti in –edda. Ne forniamo una traduzione in dialetto romanzo cercando di rispettare, ove possibile, metrica, rima e senso.

T’amai di quandu eri figghiolèddha

E ora non mi nesci di lu cori

Tu mi ttaccasti cu na cordicèddha

E ad ogni parti l’abbentu mi doli

Tu si comu na schiocca di «curedda»

Luci lu vicinatu comu suli

Bella si tu perchì senza faveddha

Perciò eu t’amu cu tuttu lu cori

 Si tratta del classico doppio «pedi di canzuna», tipico del canto popolare in dialetto calabrese. Dal punto di vista lessicale occorre segnalare parole calabro-romanze comuni (Lucevi apposta, cordedda, curedda per curaddi, coralli) e di un certo rilievo come abbento (pace, tranquillità), da cui deriva anche il verbo abbentari ( ma si usava spesso bentu e bentari con l’aferesi della vocale iniziale e lo scempio della doppia) a fianco della maggioranza di parole greche comuni come cardia, egapia, aoristo di (a)gapao), gapao, meria (parte, posto) e ghitonia (vicinato). Insomma il poeta popolare, dopo aver dichiarato il suo amore lontano nel tempo (da quando eri piccolina, putte t’isso ceddha) che gli fa trovare pace in alcun luogo, si produce in una molto originale  captatio benevolentiae verso l’amata: tu sei come una schiocca asce cureddha il cui splendore che fa rilucere tutto il vicinato (oli i ghitonia, dal greco classico geitonìa); ove schiocca  identifica il corimbo che riunisce diversi peduncoli alle cui estremità crescono e maturano i frutti; le schiocche più famose sono quelle delle ciliegie e dire a una donna si beddha comu na schiocca di cirasi è un complimento che ha a che fare con il colore vivace del viso, rosso, con il sapore dolce e carnoso delle sue labbra. Ma il poeta va oltre: dice che la ragazza è bella come un corimbo di coralli, perché i coralli allora conosciuti erano di forma sferica, come le ciliegie appunto ma certamente di maggior valore. L’ultimo distico contiene la chiusa del canto: tu sei bella perché non parli (den plategui) e per questo io ti amo di cuore. Il verbo calabro-greco  plateggo, anche plateo (G. Rohlfs, Lexicon graecanicum Italiae inferioris, Tubinga 1964, ad vocem) tradotto comunemente con parlo,   se preso alla lettera (tu sei bella perché non parli, è la traduzione del testo offerta dal libro di Mandalari) significa che all’anonimo poeta interessava l’amata in quanto completamente muta; ma, per quanto iperbolica sia la lettera e per quanto intrise siano di «maschilismo» le altre canzoni della raccolta morosiana, appare ipotizzabile una giustificata sfumatura semantica. Rolfs infatti (Lexicon cit.) fa risalire plategwo al greco plateiázo e traduce breit reden che in tedesco è il parlare lungo, prolisso. Ma un buon dizionario alla voce plateiázo da un significato ancora più calzante con il nostro discorso: parlo rozzamente, con pronunzia aperta, alla maniera dei Dori (Benedetto Bonazzi, Dizionario Greco-Italiano, Napoli, Morano 1913, ad vocem). Ecco quindi servito un raffinato ideale femminile del volgo roghudese di metà ottocento: una donna bella, come un ramo di corallo e come un corimbo di ciliegie, che parli quanto basta e con un filo di voce: il paradiso, indubbiamente. 

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