Intervista

Giovanni Sollima e i pezzi tesotici

di Gabriele Ottaviani

Psichiatra, esperto di psicodiagnostica clinica, criminologia, storia della medicina, igiene mentale dell’adolescenza, giudice onorario minorile e poeta, Giovanni Sollima è al suo Quinto libello di pezzi tesotici: Convenzionali, con gioia, lo intervista per voi.

Il primo Libello è del millenovecentonovantaquattro: cosa è cambiato in questi ventisei anni?

La mia matrice lirica di sentire è sempre la stessa. La mia modalità formale d’espressione poetica è, invece, via via cambiata. È maturata e si è sempre più aperta alla chiarezza del canto e dei significati espressivi. Ho abbandonato i dintorni di una personale rupe ermetica per librarmi con sempre più sicurezza negli spazi condivisi della comprensione e della rappresentazione comunicata. Qualcuno dice che questo è accaduto quando ho conosciuto mia moglie, ed oggi penso che, sì, fondamentalmente abbia ragione.

Lei scrive: L’elemento scatenante è stato il movimento di ripresa con il progetto editoriale “tesotico”, che prende corpo dalla mia fonte lirica, rappresentata dalla raccolta cronologica madre del mio agire poetico, che è “Tesos”. Questo è un mio termine originale, di classica risonanza, concepito dall’unione delle abbreviazioni di servizio “tes. os.”, tessuto osseo, che è immagine suggestiva e denominativa solidale con vissuti di studi biomedici, nonché evocativa di rimandi letterari. La durezza viva della realtà, passata al vaglio interpretativo e rappresentativo del poeta, è continuità significativa del proprio spazio percepito, sintonia di coscienza e sinfonia del tempo. Qual è il tessuto osseo dell’esistenza umana?

È un processo di confronto e scontro, un dialogo con la realtà, che appare dura e scabra, a volte crudele, non di rado inesorabile. D’altro canto il tessuto osseo, pur meno nobilmente pensato rispetto ad altri, come il tessuto nervoso o muscolare cardiaco, è l’entità strutturale che dà corpo al sistema che ci sostiene: è duro ed è vivo!

Lei è uno psichiatra e un poeta, dunque conosce e indaga l’anima: come si affronta lo smarrimento di una pandemia che ha reso pericolosi gli abbracci, che spesso per chi invece soffre sono l’unica e concreta, benché basata sull’immaterialità del sentimento d’affetto, àncora di salvezza?

Ne so qualcosa per esperienza professionale diretta, giacché lavoro in una Comunità terapeutica e riabilitativa per pazienti psichiatrici. Le Comunità residenziali sono in isolamento preventivo dall’inizio dell’instaurazione delle misure contro la pandemia: gli ospiti vedono i parenti da lontano, attraverso un vetro o, più frequentemente e facilmente, attraverso le video-chiamate. I pazienti sono stati, e tuttora lo sono, eccezionali, perché ognuno di loro, a modo proprio, ha capito la gravità della situazione e la peculiarità del momento storico vissuto. Ma è quotidianamente difficile. Ogni operatore di Comunità sa quanto sia importante, oltre che la parola consolatrice e terapeutica, la vicinanza fisica, il sorriso, la carezza, l’abbraccio. Il rispetto di un codice profilattico limita tutto ciò. Si sopperisce con lo sguardo ed il sorriso degli occhi, con un atteggiamento gioviale e sdrammatizzante, positivo e propositivo. Si è instaurata nel tempo una nuova sintassi comunicativa non verbale ad integrazione e complemento del consueto assetto dialogico. Allo stesso modo e in generale, nella società, si sono instaurati nuovi usi e abitudini, nuove modalità di saluto. Il distanziamento non ha soffocato la voglia di comunicare e di esprimersi degli uomini, la quale a volte, grazie ai mezzi messi a disposizione dal progresso tecnologico, si è fatta sentire con più forza e con maggiore coraggio d’esistenza.

Perché scrive di aver cercato la Medicina come un amante?

Leggendo la poesia, a un lettore è venuto spontaneo commentare Ed è stata una grande storia d’amore! Lo è, naturalmente, tuttora. La stessa Medicina, come arte e applicazione, è un’amante gelosa, ma molte cose modernamente sono cambiate nella concezione e nella pratica di questa nobile disciplina, che ancora fa i conti con la difesa dei propri connaturati valori classici di scienza e conoscenza e la trasfigurazione di una propria intima percezione romantica. Qualche tempo dopo ho scritto un’altra lirica, Ti ho trovato, ma questa è un’altra storia, che spero raccontare in un successivo pubblicato libello.

Quali sono le settembrine corde dell’irresistibile?

Sono quelle di un movimento di ripresa, anche ispirativo, proprio di Settembre. È un mese aperto al nuovo, pieno d’aspettative e contenuti, di sentimentale preludio e introspettivo istinto.

Dedica molte poesie al tema del ricordo: perché è così importante?

È quanto di più prezioso abbiamo. È quello che siamo. Non è solo la nostra traccia vitale, è la natura del nostro significare nel tempo ed oltre il tempo.

Qual è il regno dell’ineluttabile?

È la realtà in cui siamo immersi. È tutto ciò da cui non ci si può sottrarre, verso cui possiamo solo andare incontro con la nostra sensibilità e la nostra capacità di accettazione trasformativa.

Una sua poesia si intitola Una tempesta di sereno: è dall’unione dei contrari che nasce il futuro?

È un’ipotesi interessante, e intrinsecamente vera. Di certo è una dinamica suggestivamente estetica, che amplifica il portato dei significati. E nella relazione dipolare genera il movimento.

Qual è il finale di un’uscita incompiuta?

La lirica prende spunto da un finale storico, da una “finale”. Si riferisce alla finale del campionato europeo di calcio, persa dall’Italia con la Spagna nel 2012.

Lei ha scritto Dignità e libertà: come si riesce a conciliarle?

Non è facile. È una lotta. Sono gli orizzonti di richiamo verso cui l’essere umano grida tutta la vita. Sono ideali, che non si esauriscono con una vita. E sono valori di ricerca da comunicare ed esprimere sempre, da passare agli altri, vicini e lontani, alle generazioni future.

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