Libri

“Racconti a orologeria”

di Gabriele Ottaviani

Gli uomini di città ci hanno accolti con gentilezza. Nostra madre ha ricevuto tutta l’attenzione e l’assistenza sanitaria possibile. La sua salute migliorava in fretta. Era allegra, sulle guance era tornato il rosato di una volta. Eravamo davvero felici. Soltanto un’ombra si estendeva sulle nostre teste. Impercettibile, ma pesante. Bisognava prendere una decisione. Sacrificare qualcuno di noi. Doveva accadere. Così intimavano le regole antiche che ci avevano governati per secoli. Il mio dovere in quanto scrivano era di svolgere quel duro compito, oltre a curare i fiori. Proprio come nell’impero ottomano, quando il cortigiano incaricato di incrociare tulipani di vari colori era anche il boia imperiale che uccideva col filo di seta. Le ho tolto la vita nel sonno. L’ho soffocata con un cuscino. Poi con un coltello l’ho pugnalata al cuore per essere sicuro che fosse morta. L’equilibrio sarebbe tornato di nuovo. Abbiamo allungato la vita di nostra madre con il sacrificio della creatura prescelta. Gli uomini di città amavano i nostri ducati d’oro. Ma le nostre usanze imponevano anche altri tipi di ringraziamento. Cadeva una neve pesante. Con delicatezza l’ho posata davanti alla porta del dottore che curava nostra madre; il suo corpo si stendeva parallelo all’uscio di casa. Una talpa morta avvolta in un vestito di seta con l’orlo in oro.

Racconti a orologeria – Il canto preapocalittico, Faruk Šehič, Mimesis, traduzione di Elvira Mujčić. Poeta, scrittore e giornalista bosniaco che finché non è scoppiata la carneficina della guerra nei Balcani ha studiato veterinaria, dà voce con queste prose maestose a un’anima ferita, individuale e collettiva, universale, un cuore che sanguina e che non può rimarginarsi se non tentando nel tempo fagocitatore instancabile di elaborare il lutto, in primo luogo della coscienza, che è stata costretta a fare i conti con l’abiezione: imprescindibile.

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