Libri

“La sete”

di Gabriele Ottaviani

Li ho in pugno tutti e tre in meno di due secondi. Il capobranco mi passa la bottiglia, bevo un lungo sorso fino a scolarla. La birra ghiacciata mi riporta in vita, risveglia i miei sensi e mi fa passare il male ai piedi. Quando ho finito lo guardo, sorrido e lascio cadere la bottiglia che si infrange a terra tra le sue gambe. Gli è piaciuto il mio gesto, guarda gli altri annuendo come a dire l’abbiamo trovata, visto? Passo la lingua sulle labbra guardandoli uno a uno. Crollano subito come tutti gli esemplari di maschio con cui ho avuto a che fare fino a oggi.

La ragazzina si diverte, anche se è un po’ stanca. Ha bevuto due birre e ballato sul tavolo per più di un’ora, incitata dai presenti che la guardavano battendo le mani. Aveva tutti gli occhi addosso, ma quelli di chi gli interessava di più continuavano a ignorarla. Seduto al bancone del bar, il ragazzo la guardava ogni tanto, poi tornava alla sua birra senza curarsi di lei, che stava facendo tutto questo solo per attirare la sua attenzione. Era come se lui lo sapesse e stesse facendo il possibile per non darle soddisfazione comportandosi da vero maschio. Lei scende dal tavolo, sistema la gonna e la maglietta zuppa di sudore, poi si avvicina al ragazzo e gli chiede se ha una sigaretta. Lui la guarda, lei sente un fremito. Lo ha già visto tante volte andare in giro con i suoi amici, brutti ceffi più grandi di lui dall’aria cattiva, ma lei aveva occhi solo per le sue gambe muscolose, il giubbotto di pelle consumato, il suo ciuffo di capelli neri che avrebbe avuto voglia di scompigliare passandoci una mano dentro. Dicono che sia un poco di buono, che abbia un fratello in galera e il padre morto ammazzato, che è meglio stargli lontana. Ma a lei non importa niente di suo padre o di suo fratello, lei vuole lui, desidera conoscerlo ed è sicura che, in fondo, anche uno con la sua aria da duro nasconde un cuore speciale in grado di amare. Lui finisce la birra con calma, la ignora ancora per un po’, poi finalmente si gira e le guarda. Lei sente le gambe sciogliersi. Andiamo qui fuori, le fa, ce ne fumiamo una insieme. La ragazzina è contenta, lo segue.

Il capobranco si avvicina, mi annusa, non è ancora sicuro di aver capito di che pasta sono fatta. I suoi amici sono ai nostri lati, non osano muoversi. Apro io le danze allungando una mano e accarezzando piano il gonfiore che ha tra le gambe, fino a sentirlo crescere tra le mie dita. Stringo di più, lo faccio gemere, mi cinge i fianchi con una mano mentre si slaccia i pantaloni con l’altra. È il segnale che dà il via agli altri due. Mi sono addosso in un attimo, uno su ogni lato. Ho le loro mani ovunque, rovistano ogni centimetro della mia pelle. Uno mi toglie la giacca gettandola a terra mentre un altro mi solleva la gonna accarezzando senza alcuna grazia i miei glutei esposti…

Al culmine, il piacere, il godimento, il gusto e la passione fanno quasi morire, raggiunto l’apice non si può che precipitare ansimanti, appassiti e stropicciati come i petali della digitale purpurea, quel che è stato non potrà tornare: bene e male, del resto, vita e trapasso, amore e ossessione, delicatezza e ferocia, sublimità e abiezione sono contrari inestricabilmente connessi, ingiudicabili l’uno senza che si possegga la consapevolezza né si padroneggi l’esperienza dell’altro, mentre inesorabile il tempo tutto fagocita ed erode. E così, nella noia di una metropoli spersonalizzante e crudele è solo nella sofferenza altrui – ma gli altri sono anche loro… – scientemente inflitta che i protagonisti abulici, in fondo riottosi ad accettarsi a viso aperto, e dunque facili alla perversione, sorella gemella della rimozione, talmente senza speranza e fragili da credere – ma davvero lo pensano? O piuttosto non sanno già che il loro bisogno è una lupa di tutte brame carca ne la sua magrezza, eppure non sanno, non possono, non vogliono vivere altrimenti? – di trovare un senso al loro vagare senza muoversi per soffocare la depressione esclusivamente nella dominazione: lei è ricca e senza stimoli, disprezza tutti e tutto, lui brucia di brama di sesso, e sottomette un maschio dietro l’altro. Parrebbero non essere destinati a incontrarsi mai, finché non avviene un delitto… Giovanni Lucchese torna in libreria con un urlo di rabbia, un grido d’aiuto, un tuffo nel fango della perdizione e dell’orrore spaventoso, che non trova mai pace: La sete (D Editore) è un thriller erotico formidabile sin dall’azzeccatissima copertina, lacerante e disturbante, che esplora finanche l’inesplorabile, ma la mera classificazione tassonomica non può che essere estremamente riduttiva, e superata d’un balzo come il moralismo dell’ipocrisia, schiaffeggiato in pieno viso da una prosa dura e potente, che arde. Da non perdere.

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