Libri

“Stagione di uragani”

di Gabriele Ottaviani

Lei non si sarebbe fatta infinocchiare dagli uomini, che non avrebbe mai ceduto ai loro raggiri, alle porcate che fanno alle donne per rovinarle, e la notte, quando piangeva in silenzio nel letto, pensava che dentro di lei doveva esserci davvero qualcosa di brutto, un marciume immondo che la faceva godere nel fare le cose che lei e Pepe facevano insieme, specie nei giorni in cui lui faceva il terzo turno in fabbrica e rientrava a casa al mattino, subito dopo che la madre di Norma era uscita, ed entrava in cucina e interrompeva le faccende domestiche di Norma e se la portava sul letto grande, quello dove dormivano lui e sua madre, e la spogliava nuda anche se lei non s’era ancora lavata, e la faceva sdraiare sulle lenzuola gelate, tremante di freddo ed eccitazione, e la copriva con il proprio corpo nudo e la stringeva al suo petto muscoloso e la baciava sulla bocca con una bramosia che a Norma risultava al contempo attraente e ripugnante, ma il segreto era non pensare; non pensare a niente mentre lui le stringeva i seni e glieli succhiava; non pensare a niente quando Pepe le montava sopra e con l’uccello lubrificato con la saliva allargava quel buco che lui stesso aveva aperto con le dita, quelle volte che guardavano la tele sotto le coperte. Perché prima di Pepe lì sotto non esisteva niente, solo pieghe della pelle da dove usciva il getto di orina quando si sedeva sulla tazza del gabinetto, e poi l’altro buco da dove usciva la cacca, ovviamente, ma chissà come e con quali artifici Pepe aveva fatto in modo che se ne aprisse un altro, un buco che, con il tempo e grazie alle dita callose di Pepe e alla punta della sua lingua, s’era allargato abbastanza da poter ospitare per intero il membro del patrigno, fino in fondo, diceva lui, fino al culmine, come doveva essere, come Norma si meritava, come lei stessa aveva chiesto in silenzio da anni, o no? Perché c’era pur sempre quel bacio che lei gli aveva dato, la prova che era stata lei a cominciare tutto questo; era stata lei ad aver sedotto lui, pregandolo con gli occhi; lei, che sul letto si dimenava voluttuosa e s’infilava dentro da sola il suo cazzo duro, come una disperata, come una posseduta, ansiosa di ricevere il suo getto. E infatti dentro di lei veniva quasi subito: era troppo carina, ancora così stretta, e così tenera tra le sue braccia. Ma se si vedeva fin da piccola quant’era focosa, che diamine; si capiva subito che sarebbe diventata una macchina da scopate, per la maniera in cui muoveva le chiappette camminando, e il modo di guardarlo, e per come gli stava sempre attaccata, non lo mollava mai, e lo sbirciava quando faceva i suoi esercizi o quando si spogliava per fare la doccia, con quel sorrisetto malizioso che non era da bambina ma da donna sensuale, una donna che sarebbe stata sua, prima o poi sarebbe stata sua, anche se prima avrebbe dovuto prepararla, non è vero? Educandola, insegnandole, abituarla poco alla volta per non farle male; lui non era un animale, anzi; lui le dava soltanto ciò che lei chiedeva; una carezza piacevole, una toccatina, un massaggino su quelle tettine che cominciavano a gonfiarsi grazie al contatto quotidiano con le sue dita, quei capezzoli che diventano succulenti già dopo qualche bella succhiatina, e il triangolino fra le gambe che si bagna ben benino a forza di sfregare nel punto giusto, l’ostrichina che a lui piace tanto succhiare, finché arriva il momento in cui l’uccello entra da solo e non fa male, anzi: è Norma stessa che lo chiede, è il suo corpo che lo reclama. Perché se non fossi tu a chiedermelo, Norma, il mio cazzo non entrerebbe tutto dentro, lo vedi? Se non ti piacesse quello che ti faccio, non saresti così bagnata. E mentre il patrigno le diceva tutto questo all’orecchio, Norma si mordeva le labbra e concentrava tutte le sue forze per tenere il ritmo forsennato del bacino, perché più si agitava e prima Pepe veniva e allora lei poteva accoccolarsi nell’incavo della sua ascella mentre lui l’abbracciava e la cullava e la baciava sulla fronte e a quel punto l’uccello gli si rizzava di nuovo. Era il momento che Norma aspettava: quando poteva chiudere gli occhi e incollare il suo corpo nudo a quello di Pepe e dimenticare…

Stagione di uragani, Fernanda Melchor, Bompiani, traduzione di Pino Cacucci. La Matosa è nel mezzo del niente, in Messico, là dove la vita è scabra come una zolla riarsa, là dove la violenza e la morte ti si incastrano in gola come polvere fino a farti lacrimare e soffocare, là dove comunque non cessa di tentare di germogliare la speranza, là dove la realtà disturbante incontra la sensualità torbida della magia: Fernanda Melchor dipinge con l’intensità di un quadro di Frida Kahlo una commedia umana detonante. Impeccabile, imperdibile, imprescindibile.

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