Intervista, Libri

Adelio Fusé, l’attesa e le sue tante direzioni

di Gabriele Ottaviani

Adelio Fusé ha scritto per Manni Le direzioni dell’attesa: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Le mie storie nascono perlopiù da un’immagine. Una situazione, un luogo e dei personaggi che mi spingono a saperne di più sul loro conto. La testa stabilisce se può valere la pena costruirci sopra una storia ma chi decide sul serio è la mano. Devo sentire la storia nella mano per poterla raccontare. Questo romanzo, però, più che da un’immagine è nato da un’idea: una donna e un uomo che negli anni si incontrano e si lasciano più volte. Si separano per poter incontrarsi di nuovo, affidandosi completamente al Caso e alla forza della loro attrazione reciproca. La donna e l’uomo dell’idea iniziale sono poi diventati Alina e Walter.

Che cosa rappresenta l’attesa?

Nel romanzo l’attesa è un ventaglio di possibilità. L’attesa, come la intendono Alina e Walter, non è una condizione passiva ma movimento, dinamismo, ricerca continua. Se percorro la solita strada che dalle montagne scende verso il mare, so che dopo un certo tornante vedrò il mare. So esattamente dove aspettarmi la visione. Se cambio strada, non lo so più, e il mare potrebbe persino non comparire, perché ho preso una strada interna che se ne allontana. Magari sulla strada sbagliata avrò delle sorprese stuzzicanti. L’esempio, in tempi di “zone rosse”, è sicuramente carico di nostalgia ma serve a dire qual è la forma di attesa presente nel romanzo. L’attesa con le sue tante direzioni.

Walter, il protagonista, tenta di superare il senso d’inadeguatezza che lo affligge viaggiando: specialmente in questi tempi in cui muoversi crea inquietudine per il rischio di propagazione della pandemia, cosa simboleggia il viaggio?

Walter ha soltanto vent’anni quando, convinto di non poter soddisfare le proprie ambizioni, preferisce rinunciare alla scrittura. Viaggia come uno sbandato, senza scopo, finché lo scopo, per lui, non diventerà Alina. Walter e Alina viaggiano molto e in questo rappresentano il presente che non possiamo avere. Siamo imbarcati in una sorta di unico grande viaggio bloccato, e le domande non sono individuali ma collettive: Quando e come ne usciremo? E in quali condizioni? Ma queste domande, pur nel disagio e nella preoccupazione, ci proiettano pur sempre in avanti, verso il “dopo”. Il che corrisponde al senso vero di ogni viaggio, in corso o interrotto.

Alina è un’attrice: come si interpreta la vita?

Alina ha in mente un “teatro naturale”,­ così lo chiama lei,­ e aspira a parole e gesti che siano il contrario di ogni artificio. In fondo non si capacita del fatto che il teatro sia finzione e che lei vi prenda parte. Ma proprio perché partecipa vorrebbe portare almeno la naturalezza che lei tanto insegue. E la insegue anche nella vita, dato che per Alina, idealmente, fra la scena e la vita non c’è scarto. I suoi comportamenti agli occhi di molti appaiono come colpi a effetto del tutto ingiustificabili; lo stesso Walter in un primo momento rimane sconcertato. In Alina, però, non c’è nulla di studiato, nessuna astuzia. Agisce senza filtri, come lei sente di essere dentro.

Cosa incarna la scrittura per lei?

Incarna un modo d’essere. Walter, per esempio, rinuncia alla scrittura ma la scrittura continua a manifestarsi in lui come un bisogno: le cartoline, le lettere o i foglietti con annotazioni varie che sparge nelle città in cui fa tappa sono degli sfoghi necessari, anche se una magra compensazione. Per Alina, lui rimane comunque uno scrittore. Ha ragione lei. Walter finirà per scrivere la loro storia.

Prossimi progetti?

Le direzioni dell’attesa è parte di una trilogia sul tema “viaggio e creatività”, anche se ogni romanzo è a sé, con personaggi diversi. Questo romanzo è il secondo tassello, dopo L’astrazione non è la mia passione principale, pubblicato sempre con Manni. Resta il terzo, a cui vorrei dedicarmi. C’è poi un libro di poesia che si sta avviando. Più là, potrei forse dare un seguito alla storia di Alina e Walter.

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