Libri

“L’ultimo traghetto”

di Gabriele Ottaviani

«Siamo poliziotti» disse Caldas e, quando menzionarono la scomparsa di Mónica Andrade, la sua espressione fu la conferma che quel nome non gli diceva niente. Non la riconobbe nemmeno in foto. «Cosa pensate che le sia successo?» domandò il prete. «Abbiamo la certezza che se ne è andata venerdì mattina, ma non sappiamo dove, né perché» rispose Caldas. «Da diversi giorni non si fa sentire e la sua famiglia è preoccupata». La faccia del sacerdote espresse partecipazione. «Ma se si è allontanata di sua volontà, non è un buon segno?» chiese poi. «In linea di massima, sì, certo» affermò Caldas. «Mi piacerebbe aiutarvi ma non so come» disse, e si scusò per andare a prendere una scala. L’ispettore Caldas lo seguì. L’interno della chiesa di San Xoán era pieno di immagini sacre. Le pareti interne e il pavimento erano di pietra e il soffitto bianco era attraversato da listoni di legno scuro. Alla sinistra dell’ingresso c’era un fonte battesimale e sulla destra degli scalini portavano al coro. Il piccolo organo, spiegò il sacerdote, gli era stato lasciato in eredità dal suo predecessore. «Era molto anziano quand’è morto, ma ha detto messa fino all’ultimo. A volte perdeva il filo e saltava un rito, altre ripeteva la stessa liturgia più volte…» sorrise il prete. «I parrocchiani non sapevano mai quanto tempo avrebbero passato qui dentro». Caldas lo seguì lungo il corridoio tra i banchi e passò sotto l’arco ogivale che separava l’altare dal resto della navata. Sul muro di pietra situato dietro, sopra il tabernacolo, vide il crocifisso. Di fianco san Giovanni Battista. Il sacerdote entrò nella minuscola sagrestia e Caldas rimase sulla soglia. «Stiamo cercando un’altra persona. Uno che si veste di arancione» precisò Leo Caldas. «Credo che sia un ragazzo un po’ strano». «Dev’essere Camilo» affermò il prete, e frugò in un cassetto finché non trovò una chiave. «È sua madre che tiene puliti la chiesa e il cimitero. È scomparso anche lui?» «No, ma ci hanno detto che ha l’abitudine di aggirarsi qui intorno».

L’ultimo traghetto, Domingo Villar, Ponte alle Grazie, traduzione di Silvia Sichel. In Spagna ha fatto scalpore, e si capisce facilmente perché: è un romanzo scritto benissimo, in cui la mera cornice tassonomica della letteratura di genere, nella fattispecie quello poliziesco, del giallo, come lo chiamiamo noi italiani per il colore della prima collana che li introdusse al nostro pubblico, oltre novant’anni fa, è il viatico per il dipanarsi di molteplici linee narrative, ben intrecciate e avvincenti, che con levità fanno andare assai oltre la superficie. La giovane figlia, insegnante in una scuola di arti e mestieri, di un celebre cardiochirurgo con cui praticamente l’intera comunità è in debito è sparita nel nulla: viveva da sola in un villaggio, un posto dalle parvenze incantate, quasi quelle d’un’altra dimensione, collegato a Vigo da un traghetto che prendeva quotidianamente. Non resta che indagare, ma trovare il bandolo della matassa non sarà facile… Montalbán, Camilleri, Markarīs: questi, e non solo, i riferimenti e i modelli di una prova autoriale maiuscola, finissima, indimenticabile.

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