Libri

“Storia di una figlia”

di Gabriele Ottaviani

«Ma le SS erano un corpo tedesco, padre. Non c’era posto per stranieri, fra loro. È sicuro di quello che dice?» «Oh, sì, ne sono sicuro. Erano SS italiane, probabilmente volontari arruolatisi fra quelle belve. In altre parole, il Vaticano ci aveva mandato un gruppo di assassini tedeschi e italiani da ospitare fino a cessato pericolo.» «Fino a quando li ospitaste?» chiese Gregor. «Per qualche mese, cinque o sei, non ricordo bene. Erano decisi ma cortesi con noi, ci trattavano bene e di conseguenza noi trattavamo bene loro. Gli orrori che avevano commesso i nazisti erano ancora nascosti agli occhi del mondo, non sapevamo nulla degli ebrei e dei campi di sterminio, e quel poco che sapevamo credevamo fosse un’esagerazione dei vincitori. Di questi militari fuggiaschi si occuparono due organizzazioni, una tedesca e l’altra italiana. Quella italiana si chiamava Miles, ed era nata per aiutare le SS italiane e i fascisti che avevano commesso dei crimini. L’organizzazione tedesca, invece, si chiamava Odessa, ed era più nascosta e riservata.» Annuii, avevo letto dell’organizzazione Odessa. Ma non della Miles. «Miles e Odessa agirono insieme» continuò padre Ivan. «Non fecero nulla per mesi, in attesa che le acque si calmassero. In quel periodo i nostri ospiti restarono segregati qui dentro. Giocavano a pallone, scherzavano. Gli passammo perfino degli indumenti da religiosi per consentire loro di camminare con un vestiario adeguato.» Padre Ivan ebbe un accesso di tosse, e ne approfittai per fare la domanda che temevo di più. Scambiai uno sguardo con Pozza e mi feci coraggio. «Padre, c’è una cosa importante che devo chiederle.» «Parla, figliola.» «Ricorda i nomi delle SS che ospitaste?» «Alcuni sì, degli italiani quasi tutti. Li avevo trascritti su un foglio, ma il foglio è scomparso.» «Si ricorda se fra loro c’era un certo Luigi Sartori?»

Storia di una figlia, Piernicola Silvis, SEM. Anna è ricca. Bella. Dopo la laurea in medicina vuole specializzarsi in chirurgia plastica e farsi una famiglia. Non crea né ha problemi, né vuole averne. Ama, riamata, il padre, un imprenditore veronese che non le fa mancare nulla. Non deve preoccuparsi nemmeno di esprimere un desiderio per vederlo realizzato. Delicata per indole e per assenza di motivi per non esserlo, è neghittosamente ingenua, certo non stupida né vacua, lieve, ma non superficiale, nonostante talune apparenze. Un giorno però il padre viene colpito da un ictus, e, non solo per questo, la vita di Anna compie una svolta dalla quale non è più possibile tornare indietro, perché davanti a lei si spalanca la prateria di un panorama inesplorato, inimmaginato e inimmaginabile, che scuote la sua coscienza. Di colpo, anche per il tramite di un misterioso vecchio amico del padre, è catapultata infatti nel millenovecentoquarantaquattro: tempo di guerra, di SS, di silenzi, segreti, bugie, testimonianze e memorie rimosse, tempo di stragi di innocenti, donne, uomini, bambini, e… Con piglio solenne e tragico, magistrale nell’indagine psicologica, Silvis dipinge un ritratto di donna e un affresco storico-politico monumentali.  

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