Intervista, Libri

Franco, il sesso e la scrittura: intervista a Dario Neron

di Gabriele Ottaviani (foto di Carlo Rusca)

Dario Neron è l’autore di Franco Toro: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da quale esigenza narrativa nasce questo romanzo?

Dr. Reset, il mio primo romanzo, narra la storia di un uomo di mezza età completamente alla deriva. Ho voluto, per il secondo romanzo, usare un protagonista che sia il perfetto opposto e così è nato Franco Toro.

Chi è Franco Toro?

Franco Toro è il protagonista del romanzo. Un giovane tanto bello quanto rotto dentro, ma intelligente abbastanza da capire i limiti e i pregi del suo ruolo nella società. All’interno della storia assume il ruolo di giudice silenzioso, che si pone al di sopra della morale per padroneggiare sulle sue clienti. È un personaggio complesso e accattivante, non facile da spogliare per capire cosa c’è sotto alla maschera che deve indossare per esercitare il proprio mestiere.

Chi è Esse?

Questo non lo posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Per certi versi si può dire che sia uno degli antagonisti di Franco. Ma questo c’è da scoprirlo.

Cosa rappresentano la Riviera e la metropoli nella vita di Franco?

La casa in cui non si può tornare e quella in cui non si riesce a vivere. Credo che tutti abbiamo “il paese”. Quel luogo in cui siamo nati e cresciuti, ma che a un certo punto abbiamo abbandonato per avviarci verso nuovi porti. Questa per Franco è la Riviera. Il nuovo porto di Franco è la metropoli dello smarrimento. Quella che ha sostenuto e permesso la sua carriera di escort. È il luogo da lui detestato, forse proprio perché senza alternative lo ha obbligato a mostrare la sua vera faccia.

Perché la prostituzione maschile pare essere un tabù ancora più di quella femminile?

Bella domanda. Purtroppo anche in questo caso, la disparità fra i sessi sembra essere netta. Vivendo in Svizzera posso dire che la prostituzione è socialmente accettata, ma appunto, soltanto al maschile. Nel senso che per un uomo è di facile accesso e le possibilità sono molte e ben in vista. Al punto quasi da cancellare il tabù. Per una donna invece è molto più difficile accedervi e di conseguenza la proposta del mercato è bassa. Questo però non vuole dire che non ci sia richiesta. Forse il perché è un postumo di una società patriarcale che tuttora prevede una sottomissione della donna nella propria ricerca di libertà e indipendenza.

Che cosa simboleggia il sesso, che attrae, incuriosisce, solletica, genera segreti, silenzi, bugie, pulsioni, passioni e ossessioni, nella quotidianità? E in letteratura? E l’amore, invece, che ruolo ricopre?

Trovo assurdo e interessante che nell’occidente, dove le nascite stanno precipitando in modo preoccupante, il sesso nella quotidianità trovi sempre più spazio. Nelle pubblicità come nei film, ma pure nei discorsi quotidiani tra le persone. Il sesso solo per piacere, il lato riproduttivo è secondario se non addirittura escluso. Per una società devota al successo e al solo divertimento, se no addirittura all’edonismo, è una conseguenza ovvia. In letteratura ricopre un ruolo forse minore. Impiegato da sempre per attirare l’attenzione o fare scandalo, credo che al giorno d’oggi sia diventato uno strumento narrativo normale (o accettato) per allungare i romanzi, finendo per annacquarli di banalità. Solo perché il lettore si aspetta che a un certo punto i due protagonisti trombino, viene incorporato. In Franco Toro il sesso, insieme al mestiere esercitato dal protagonista, è un vettore che mi ha aiutato ad arrivare al messaggio che volevo raggiungere. Il sesso può diventare un gioco contorto, quando si gioca con debolezze e potere, entrambi messi a nudo. L’amore, quello vero e sincero, quindi scevro delle aspettative generate dall’ego ma pieno di parsimonia, è quanto allontana dalla perdizione. Spesso generata appunto dal sesso (mal fatto).

Che valore ha il corpo?

Dovrebbe avere quello fisiologico e basta. Ha secondo me perso qualsiasi valore (estetico) perché è stato standardizzato da canoni di bellezza definiti da chissà chi.

Franco incarna il dissidio fra sostanza e apparenza: nella società di oggi questa sperequazione sembra sempre più marcata, a cosa potrebbe essere dovuto?

Perché le maschere sono più facili da indossare della propria faccia. È un abbandono delle responsabilità.

Com’è cambiato secondo lei il concetto di pudore nel tempo?

Con l’avvento di internet e la conseguente accessibilità a qualsiasi tipo di contenuto – in prima linea la pornografia – il pudore sembra, a prima vista, essere sparito. Viviamo in una società con limiti e divieti ma senza filtri, in cui si spara prima di chiedere. Tutto quello che può fare scandalo viene esibito. Di nuovo questa doppia faccia, perché nel privato, poi, il pudore c’è eccome e non penso sia molto cambiato, siccome l’uomo stesso non ha fatto grandi passi avanti, se non tecnologicamente.

Come si elaborano i dolori del passato?

Con l’introspezione, credo. Scavando a fondo e aggiungendo a ogni risposta un nuovo perché. Questo porta al consenso o ad accettare quanto è stato e infine di sé stessi.

Franco si confronta continuamente con l’ipocrisia del mondo che lo circonda: si tratta di un male ineliminabile?

Purtroppo credo di sì. Erich Fromm sostiene che per l’essere umano la comunità è un bene e la società un male. Non penso che siamo in grado di confrontarci con un numero così grande di esseri umani senza cadere nell’ipocrisia o nella falsità impiegati come scudo contro l’opinionismo generale. Ci vorrebbe troppo carattere. Sono inoltre dell’idea che l’uomo, nella società meritocratica in cui viviamo, soprattutto nelle grandi città, sia costretto ad essere un lupo in mezzo ai lupi. Questo spinge a impiegare ogni mezzo, per raggiungere il proprio fine.

Lei è indubbiamente un uomo molto affascinante: ciò ha generato dei pregiudizi in merito alla sua attività di scrittore?

Non credo. I pregiudizi li percepisco più che altro perché non vengo dal mondo della letteratura e non ho studiato lettere. Questo sì. Sono però convinto che per uomini e donne di un certo fascino – diciamo i belli -, sia più difficile farsi prendere sul serio in un ambiente intellettuale o artistico. Forse perché c’è ancora questo tacito consenso nei confronti del concetto che bisogno aver attraversato la miseria o l’inadeguatezza per raggiungere la profondità necessaria per fare dell’arte. Caratteristica che a quanto pare i belli e fortunati non sono tenuti ad avere.

Perché scrive?

Inizialmente scrivevo per dare sfogo alle mie frustrazioni. Ora perché mi piace osservare il mondo nel quale posso muovermi e tradurre quanto visto in storie.

Lei è nato a Locarno, città stupenda e sede da decenni di un festival cinematografico meraviglioso e prestigiosissimo, dalla spiccata cifra autoriale ma capace di parlare con efficacia anche al grande pubblico, coinvolto pure in numerosi eventi: che rapporto ha con la settima arte?

Sono da sempre stato un grande consumatore di film, soprattutto del cinema d’autore. Difatti riconosco che registi come David Lynch, Jim Jarmusch o Abel Ferrara hanno influenzato molto la mia scrittura. Forse è l’effetto che Locarno ha sui suoi abitanti?

Franco Toro sembra nato per comparire sullo schermo, a chi lo farebbe interpretare?

Assolutamente, sarebbe un film da vedere. La regia la lascerei a Tom Ford, che in A single man e Animali notturni ha fatto un lavoro strepitoso. Come attore protagonista sceglierei il Michael Fassbender di anni fa o forse Raz Degan quando è stato cappellone. Basta che sia misterioso a sufficienza.

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