Libri

“Nella casa dei tuoi sogni”

di Gabriele Ottaviani

Quella notte, ti scopa mentre sei sdraiata lì in silenzio, pregando che finisca presto, pregando che non si accorga che non ci sei. Ti sei allontanata dal tuo corpo così tante volte a questo punto che è una forza dell’abitudine, un riflesso simile a un sospiro; ti ricorda il tuo primo fidanzato che ti scopava guardando un film porno – bum bum bum e poi ogni tanto prendeva il telecomando per tornare indietro e rivedere qualcosa che tu non riuscivi a vedere. (Una volta, girasti la testa oltre il bordo del letto e vedesti un groviglio di braccia e gambe sottosopra e il tuo cervello non riuscì a raccapezzarsi; non guardasti mai più.) Restavi solo sdraiata lì in silenzio, a guardare la faccia di lui che si muoveva sopra di te. Era come essere avvolta dal planetario che si apriva sopra di te quand’eri bambina: la rotazione accelerata della terra, il movimento delle stelle sopra di te, le costellazioni che si fondevano all’interno e all’esterno mentre una voce distante e disincarnata ti narrava una storia antica per aiutarti a capire tutte quelle cose. Sussulti e gemi con precisione. Lei spegne la luce. Tu guardi l’oscurità mentre l’oscurità ti abbandona; o sei tu ad abbandonarla.

Nella casa dei tuoi sogni, Carmen Maria Machado, Codice, traduzione di Monica Capuani. Splendido sin dalla copertina allegorica, raffinata, intrigante, piena di senso e di significati, deflagrante, potentissima, ricca di riferimenti e citazioni, nonché capace di dare sin da subito l’impressione dell’ossessione e dell’oppressione che attanaglia l’anima quando ci si ritrova in trappola, in prigioni più o meno dorate, in relazioni rese asfittiche dall’abuso, questo libro di Carmen Maria Machado dà voce con prosa sublime, che trascende il genere fino alla solennità, al dolore. Che, è verissimo quello che ha scritto Daniele Petruccioli, è una cosa troppo personale. Praticamente impossibile da condividere. Se almeno non fosse sempre accompagnato da quel sentimento di solitudine orrenda, da quel bisogno d’altri disperato, destinato già in partenza a essere frustrato. Ma, al tempo stesso, è universale. Ci lega e identifica tutti. E quindi abbiamo bisogno di metterlo sul tavolo, di imbandirlo come portata principale del nostro desco di essere umani.

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