Libri

“Un nuovo mondo”

di Gabriele Ottaviani

Non era sua intenzione attirare l’attenzione della cameriera, ma Carruth le fece segno di avvicinarsi e la ragazza corse a riempire di nuovo le tazze e portò loro un vassoio di ostriche. Nonostante la giovane età, aveva l’espressione paziente di una moglie. Prima di andare a servire i tavoli vicini, appese con cura i loro cappelli agli appositi ganci del séparé. Il locale si era riempito di colpo. Il Plum Hall doveva aver liberato i prigionieri. Carruth decise solo in quel momento di togliersi il cappotto, che aveva tenuto per tutta la soffocante conferenza. Forse l’aveva fatto per coprire la giacca a sacco che aveva sotto, scucita su una spalla e di foggia antiquata. Superata da almeno dieci anni, probabilmente, se persino Thatcher ci aveva fatto caso. Rose sarebbe rimasta traumatizzata da quella giacca: motivo di più per non leggere The Independent. Carruth si chinò a succhiare un’ostrica e posò il guscio perlaceo nel vassoio. Poi si appoggiò allo schienale. «Non legge il tabloid che Landis sforna ogni settimana?» Thatcher bevve un sorso di caffè, stavolta privo di corroborante correzione. «Tanto varrebbe chiedere: non beve l’acqua di Vineland?» «Appunto. Quindi dovrebbe sapere che nel paradiso terrestre non v’è indigenza.» Quanto più parlava, tanto più Carruth si animava. «A Vineland ogni metro di terra è verde come le rive del fiume Nilo e ogni pianta dà frutti copiosi! Ogni contadino è solvibile e i muratori sono ben pagati. Metà di costoro ci credono veramente e si domandano come mai patiscono ancora la fame.» Thatcher, affamato egli stesso, cominciò a mangiare le ostriche che gli spettavano in rapida successione. Era una delle rinunce cui il matrimonio lo aveva costretto: Rose e Aurelia detestavano le ostriche perché costavano poco, assomigliavano a lumache, ricordavano loro Boston e avevano associazioni carnali. Rappresentavano insomma l’abisso che esisteva fra i loro gusti e quelli di Thatcher (anche se sull’ultimo punto Rose dissentiva in segreto dalla madre).

Un nuovo mondo, Barbara Kingsolver, Frassinelli, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Barbara Kingsolver non scrive bene: scrive benissimo. Senza dubbio può essere annoverata a pieno titolo fra le migliori narratrici di lingua inglese, e dunque di livello planetario: in questo suo nuovo romanzo, come sempre autentico, di ampio respiro, ricchissimo di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, dettagliatissimo ma mai ridondante, particolareggiato a tal punto da diventare universale, perché ognuno si può riconoscere a proprio modo nei personaggi, rivedendo nelle dinamiche che si sviluppano snodi nevralgici della propria esistenza, racconta di Willa e suo marito, due persone perbene che si sono sempre comportate bene, hanno sempre lavorato ma adesso si trovano in difficoltà. La rivista con cui lei collaborava ha chiuso, l’università dove insegnava lui ha ridotto l’organico, i figli sono precari da una vita, il suocero non è assistito dalla salute né dal sistema sanitario. Del resto si sa, noi facciamo programmi, ma poi è la vita che decide, e a noi tocca riprogrammarci: per fortuna Willa ha ereditato un’antica magione nel New Jersey, un retaggio decisamente più sorprendente di quanto preventivato. E… Come l’acqua per chi ha sete.

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