Libri

“Gli affamati”

61BloQ67ABL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Gli bastavano Passaparola alla tivù, una margherita con il salame e una Moretti. Erano i paletti del recinto in cui si era rinchiuso. Gli bastava poco per essere tranquillo; non felice, ma sereno. E quel benedetto, maledetto recinto lo aveva sempre rispettato. Un pascolo rassicurante da cui non era mai uscito. Si era sempre fatto bastare quelle cose, prigioniero inconsapevole, ma il pomeriggio prima era evaso. Era appena morta sua madre. Infarto fulminante. L’avevano trovata nel letto, con le calzette di lana grezza ai piedi in pieno agosto. Sandro pensava di essere pronto, ma si era scoperto impreparato. Sia sul piano emotivo sia sul piano pratico. E su quest’ultimo il problema più grosso erano i suoi nipoti, Antonio e Paolo. Doveva avvisarli? Dirgli del funerale? Non li vedeva da dieci anni. Forse si erano pure dimenticati di lui. Per non parlare di tutte le balle che Stefano doveva avergli rifilato sul loro conto. Quello era un buono a nulla. Alcolizzato, violento, bugiardo patologico. Elvira diceva che le mele non potevano essere cadute lontano dall’albero. Che con la sua famiglia, quella di Sandro, lei non voleva averci più niente a che fare. E diceva che se avesse invitato Antonio e Paolo al funerale, quelli lo avrebbero fregato. Come facevano tutti. Come aveva fatto Stefano. Suo fratello gli aveva rubato diecimila euro. Sul serio. Glieli aveva rubati per davvero. Ed era a questo che si riferiva la moglie. Lui non ne parlava mai. Quella faccenda lo faceva soffrire pure a distanza di anni. Pure se suo fratello era morto. Pure se dei soldi, in effetti, non gli importava. Elvira, invece, tirava fuori il discorso con una cadenza quasi regolare. Come a voler girare il coltello nella piaga.

Gli affamati, Mattia Insolia, Ponte alle Grazie. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati, dicono le sacre scritture. La fame è un fuoco verde che brucia sotto pelle, come l’amore cantato da Saffo. La fame ti toglie il respiro e la ragione, non ti fa pensare ad altro, non ti dà speranza né requie. La fame è una rabbia feroce, è la percezione di un’ingiustizia, è un’onta da lavare col sangue, è una colpa da scontare, è una frustrante sconfitta. Ribolle il sangue nelle vene dei protagonisti di questo romanzo deflagrante (nonostante qualche refuso, specialmente uno subito, talmente marchiano da lasciare sbigottiti e perplessi, in dubbio su sé stessi e sulle proprie capacità percettive, come se si avessero le traveggole), come la fame. Che può essere di cibo. Di potere. Di sesso. Di riscatto. Di vendetta. Di felicità. La fame è un’ossessione, ed è soprattutto Paolo, ventidue anni e un vulcano di emozioni da sfogare, che ne è vittima: può contare, ed è reciproco, solo sul fratello, Antonio, più piccolo e mite, in una provincia dimenticata da Dio e dagli uomini, intrisa di degrado e frustrazione. Un uragano di passioni, un affresco vivido e potentissimo. Da leggere, rileggere, far leggere.

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