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“E la chiamarono rivoluzione”

91YSBQUWmML._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Al rientro in campo c’era Van Basten. Sacchi aveva inserito l’olandese al posto di Donadoni, spostando Gullit a centrocampo. Nel primo tempo Bigliardi se l’era cavata piuttosto bene in marcatura e il colosso con le treccine non era stato all’altezza della sua fama. Nella formazione del Napoli del secondo tempo non era cambiato niente, se non il verso della predisposizione alla lotta. L’esaltante chiusura del primo tempo non aveva avuto il potere di infondere la giusta carica agonistica agli azzurri, che probabilmente cominciavano a pagare il conto della precaria condizione atletica e anche fisica. Il pressing che si era visto nella parte iniziale della partita divenne un’utopia, di quelle che la contrarietà del reale ti convince impietosamente a dismettere. Era il momento del riflusso. La squadra si arroccò nella propria metà campo, contratta a difesa del pareggio. Persino Maradona fu costretto a ripiegare sulla fascia sinistra, come un mediano qualsiasi, lasciando Careca solo in attacco. A quel punto la spavalderia del Milan non ebbe più freni. Gullit non era perfettamente a suo agio sulla trequarti, anche per l’ampiezza della frequenza del proprio passo, tuttavia lo spazio di manovra che gli concedeva la passività avversaria favoriva il suo gioco. Bigliardi costretto a seguirlo e inseguirlo su porzioni di campo così grandi, andò in seria difficoltà. Sin dalla ripresa del gioco il pallone divenne proprietà privata dei rossoneri. Il Napoli era completamente piegato su sé stesso, nel disperato tentativo di contrastare l’azione avversaria, ormai incapace di costruire e anche solo di pensare una manovra offensiva.

E la chiamarono rivoluzione – Sacchi contro Maradona, Raffaele Cirillo, Rogas. C’è chi ci vede solo poco più di venti uomini in mutande, più o meno ricchi, più o meno affascinanti, più o meno eccitanti, anche dal punto di vista erotico, che corrono dietro a una palla. E c’è chi, invece, lo vive come una fede. Il calcio è così, uno sport e un immenso business: negli anni Ottanta, quelli della Milano da bere, quelli dell’edonismo reaganiano, quelli in cui tutto sembrava possibile, in cui chi voleva essere lieto lo era, perché del domani non c’era certezza, due diverse Weltanschauung si fronteggiano tra un traversone e un fuorigioco, quella del Milan più vincente di sempre, compagine formidabile a livello globale e a trazione olandese presieduta da Silvio Berlusconi, che assieme in primo luogo alla posizione preponderante nell’ambito delle televisioni commerciali ne fece trionfale veicolo per la sua carriera politica, e allenata da Arrigo Sacchi, che poi porterà la nazionale a sfiorare, nel calderone di Pasadena, quando ancora non sapevamo che lì vi abitasse Nora Walker, la più irresistibile matriarca del piccolo schermo, la vittoria nella coppa del mondo, persa in finale ai rigori col Brasile, e quella del Napoli di Ferlaino, che aveva come punta di diamante nientedimeno che il caravaggesco Pibe de oro, l’uomo per cui la locuzione genio e sregolatezza pare essere un vestito su misura. Cirillo, con bravura e competenza, ritrae, facendone riuscita metafora del contesto storico, sociale, culturale, economico e politico, questa disfida in modo esauriente e puntuale. Da non perdere.

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