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“Antigone”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Ma mi vedete? È me Antigone che guardate o l’idea di me che vi siete fatti, in anticipo o in ritardo? Vedete? Sono io condotta in vincoli. Sono io che passo attraverso la città antica e sento il gravare degli sguardi. Apertasi la porta della casa, presi i pochi oggetti che avrei potuto recare con me, un vento mi ha travolta: eravate voi. Era la gente. Era lo sguardo del popolo di Tebe. Il suo vociare di mentecatti e nobili, di chiacchiere o di giurisprudenza. Ecco cosa vedo di voi: occhi dappertutto che mi fissano. Vivete d’altro voi, lo so: ma state tutti parlando di me. Quale differenza di quando da ragazza gli occhi gialli dei gatti e dei topi mi fissavano lungo la pietra cava della fogna? Nessuna differenza, coro di Tebe, io sento. Indifferenza, quella sí. Perché ciò di cui parlate ve lo scrollate di dosso andando alle terme. Perché voi di Polinice non avete visto nulla, se non le lucide armi al sole basso della piana, l’elmo della genia di Edipo, e il suo cavallo. L’ultima sua immagine di vita. E ve la andate ripetendo in questi giorni per usarla a mio merito o demerito. E poi quello che vi hanno raccontato: l’osso spezzato al collo giú di groppa, i capelli lunghi sparsi nella polvere, prima il dubbio di morte, poi la speranza, poi lo sprofondo del coma. «Lasciar fare alla natura, ad Ananke», dice il legislatore, e in quale contraddizione piú dolorosa cade dicendo questo, se ad Ananke ha sottratto il corpo di mio fratello, destinato certo a Thanatos nei campi, per accanirsi su di lui con la terapia? Come era adesso voi non lo sapete, e io vi auguro di mai saperlo e al contempo invidio il vostro non sapere. Ti invidio coro, perché consumi il tuo tempo con il pane e la corsa delle bighe e il nettare di Dioniso. Ma cosa è il tempo rattrappito mio e di mio fratello, rattrappito corpo per tredici anni, tu non sai. Quando al legislatore manca la ragione è il popolo che deve tornare a ragionare.

Antigone, Valeria Parrella, Einaudi. Esiste la legge dello stato. Ed esiste la legge del cuore. Che direttamente riporta nientemeno che a Dio. Che ci ha dato il libero arbitrio. La sempiterna, colossale e immortale tragedia di Sofocle, una in assoluto delle più importanti di sempre, un vero e proprio caposaldo della cultura, dell’etica, della Weltanschauung che ancora oggi, cambiando quel che dev’essere cambiato, pratichiamo, o perlomeno cerchiamo di coltivare, rivive nella versione attualissima di un’autrice dalla voce stentorea, che fa intonare alla sua protagonista un inno alla giustizia, alla verità, alla libertà, contro ogni declinazione della protervia del potere. Eccellente.

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