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“Storia critica della televisione italiana”

811ky3Q4m4L._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Tratto dal format argentino Caiga quien caiga («A chi tocca tocca»), il 22 settembre alle 14 (poi in seconda serata, alle 23.15 del giovedì, dal 30 novembre) arriva su Italia 1 Le iene, guidate da Simona Ventura. Accanto alla showgirl, ci sono Dario Cassini e Peppe Quintale (poi Fabio Volo e Andrea Pellizzari), oltre a vari inviati, tutti rigorosamente vestiti come i Blues Brothers. Ma all’inizio della loro storia le iene non graffiano, non mordono, accarezzano. Dall’appuntamento quotidiano alla seconda serata, cambiano faccia. Entrano nel mondo del calcio e prima delle partite fanno compiere ai giocatori gesti scaramantici, regalando la maglietta delle iene («Le iene portano bene»), e le squadre, alcune, iniziano a vincere; e allora dirigenti, presidenti, allenatori contattano la redazione. Enrico Lucci si apposta vicino a un marciapiede e intervista il cliente di una prostituta albanese: «Cosa ne pensa della presenza degli albanesi in Italia?»; risposta: «Le prostitute albanesi in Italia non dovrebbero nemmeno farle entrare», in un’inchiesta più giornalistica di quelle dei giornali. Sempre Lucci riesce a entrare nell’ambasciata turca ai tempi di Ocalan, a parlare con l’ambasciatore e a farlo brindare con tarallucci e vino. Il mago Berry si introduce nel nuovo aeroporto di Malpensa in una valigia. Poi è la volta delle interviste contro il galateo: il cronista finge di sistemare i capelli al malcapitato, gli asciuga il sudore della fronte, gli toglie la forfora dalla giacca. E la conduttrice Simona Ventura provoca le sue iene, le stimola a scovare i paradossi italiani, a continuare a nutrirsi di «carogne». Nelle prime edizioni le iene sono Cassini, Berry, Quintale, Pellizzari, Volo, Fabio Canino, Lucci, Teo Mammucari, Lillo e Greg; ma è solo l’inizio, molte si aggiungeranno in corsa, esordienti o recuperate da altre carriere. Il programma firmato dall’autore Davide Parenti è un lavoro di squadra, e così si spiega una formidabile tenuta nel tempo, accumulando stagioni e moltiplicando le edizioni fino a ottenere due prime serate della rete, generando tormentoni e ipotizzando spin-off. Dal 2001 conduce Alessia Marcuzzi, con Luca e Paolo; poi tocca a Cristina Chiabotto e dal 2007 a Ilary Blasi (accompagnata ancora da Luca e Paolo, da Fabio De Luigi, da Enrico Brignano, da Luca Argentero, Alessandro Gassman e Claudio Amendola, da Teo Mammucari; e ancora si aggiungono Pif e Nadia Toffa (lanciati proprio dal programma), Miriam Leone, Geppi Cucciari, Frank Matano (anche lui «iena»), Giampaolo Morelli, Giulio Golia, Matteo Viviani, e altri ancora. Il programma genera dibattito: da un lato, è premiato e riverito perché si fa carico di inchieste scottanti, affronta temi di rilievo, pone l’attenzione su aspetti che il giornalismo televisivo ufficiale sembra dimenticare; dall’altro, la facilità di accusa e l’insistenza su temi quantomeno controversi (come il caso Stamina o quello Xylella) hanno rischiato di legittimare posizioni antiscientifiche e complottiste. Ai temi importanti si alterna il cazzeggio, con sfottò, scherzi in candid camera, tormentoni e altri espedienti.

Aldo Grasso, Storia critica della televisione italiana, Il saggiatore. Con la collaborazione di Luca Barra e Cecilia Penati. Monumentale opera in tre volumi, come per il cinema il Mereghetti o il Morandini questo è il dizionario, non del grande bensì del piccolo schermo, quell’elettrodomestico che ha fatto e, per vie traverse, con alterne fortune, in modi diversi, ancora oggi, nonostante non sia più una novità, ma anzi mostri i segni del tempo e di una certa, seppur venusta, vetustà, fa la storia del costume, del linguaggio, del racconto dello spirito del tempo, della società. Il più noto e celebrato critico italiano parte dagli albori del tubo catodico per giungere ai giorni nostri, e con mano sicura ci fa da sapiente cicerone: da leggere.

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