Libri

“Canzoni d’amore popolari e dialettali”

Catturadi Giuseppe Mario Tripodi

Canale Achille (a cura di) Canzoni d’amore, popolari e dialettali, raccolte a Sambatello

Nell’anno che precedette l’impresa dei Mille veniva pubblicato, a Reggio di Calabria e da tal Annibale Canale, un interessante libricino di 108 pagine contenente una prefazione di sei pagine e cinquanta componimenti popolari dialettali (Canti popolari calabresi, Reggio Calabria, Tip. Siclari, 1859).

Del raccoglitore sappiamo che era convinto liberale e, nel tornante dell’impresa garibaldina, diresse a Reggio L’amico delle libertà, in assoluto primo periodico della città di cui uscirono 11 numeri dal 10 ottobre al 19 dicembre 1860: «Espressione e portavoce del ceto dirigente cittadino di tendenza moderata e unitaria monarchica, si indirizza alla borghesia emergente e si schiera contro le mene reazionarie da una parte e contro gli «abusi» del governo garibaldino dall’altra, mentre emerge uno sviscerato quasi odio antimazziniano» (Mario Grandinetti, Il giornalismo calabrese nel Risorgimento, in «Rassegna storica del Risorgimento», 1992, p. 10, poi anche in «Rivista calabrese di storia del 900»  n. 2/2011, p. 36).

Dice il Canale che, trovandosi a villeggiare sui monti di Sambatello  (tra Reggio e Santo Stefano d’Aspromonte) aveva udito le lunghe e malinconiche note di questi canti, accompagnati dal suono della zampogna, senza porgervi attenzione alcuna; ma, prestando migliore ascolto, vi aveva trovato «una vena di poesia e di affetto non del  tutto ordinaria, una ricchezza d’immagini quasi al modo orientale ed una squisita delicatezza di espressione e di sentimento» (p. IV).

Da qui la decisione di raccoglierli, quei canti, non tanto per amore di filologia popolare o per altro pregio che essi avessero in sé ma solo perché gli «sorse il pensiero di recare in versi italiani queste vergini ispirazioni del popolo» (ibidem) con nessun altro intento che traslarli «nella lingua universale d’Italia, per meglio agevolarne l’intelligenza» (p. V).

A distanza di 160 anni, mentre paiono di nessun pregio le versioni italiane, si mantengono interessanti i canti dialettali, tutti incentrati sui rapporti amorosi («Erotici, ma lontani nondimeno da ogni lubricità e piuttosto castigati per chi vuole intenderli nel loro vero senso e con candidezza di cuore», p. VII, li definisce l’autore che doveva essere sì liberale ma un tantino bacchettone).

Per quanto riguarda la metrica abbiamo a che fare con versi endecasillabi raccolti per lo più (40 canti su cinquanta) in gruppi di 8  versi che non sono ottave, come si potrebbe superficialmente pensare, ma due gruppi di quattro versi ciascuno; ognuno di questi due gruppi costituiva un «pedi di canzuna», cioè una unità minima del canto a disfida cui lo sfidato rispondeva o, come si diceva allora, «mpedicava» cioè rintuzzava il contenuto del canto avverso con un altro «piede».

È possibile suddividere i contenuti della raccolta in canzoni di sdegno, che chiudono la silloge, in canzoni di sfida e di gelosia e in canzoni celebrative e dichiarative d’amore. Analizziamo alcune di queste ultime:

 

L’amata e la luna

La luna e bianca e vu’ brunetta siti,

Iddha l’ argentu e vu’ l’ oru portati,

La luna ammanca e vu’ sempri crisciti,

lddha perdi la luci e vu’ la dati,

Iddha lu scuru e vu’ a iddha vinciti,

Iddha s’accrissa e vu’ non v’ accrissati,

Vu’ lu suli e la luna ca v’uniti ,

Ma nè suli, nè luna vi chiamati.

I versi ruotano attorno alla sfida tra la bellezza della donna e quella della luna, bianca argento la prima e brunetta oro la seconda. La luna è calante e perde la luce mentre l’amata è sempre crescente e illumina con la sua bellezza. La luna vince l’oscurità ma è vinta dalla donna, la luna è soggetta ad eclissi e la donna no. Insomma, l’amata ha le bellezza del sole e della luna pur non essendo né l’uno né l’altra.

 

Macrocosmo e microcosmo

Sia benedittu cu fici lu mundu

E cu’ lu fici lu seppi ben fari;

Fici lu celu cu lu giru tundu,

Fici li stiddhi pe maravigghiari, .

Fici lu mari Cu nu bellu fundu,

E pi li timpi li sciuri cchiù rari;

Nta quanti cosi belli su’ a lu mundu

La cchiù bella, tu donna, a mia mi pari.

La canzone benedice il creatore per averlo saputo far bene l’universo: la calotta celeste, le stelle meravigliose, il mare profondo e i costoni delle montagne fiorite. Ma fra tante cose belle la più pregiata mi sembri tu, amante mia.

 

Il sospiro ambasciator d’amore

Si lu suspiru avissi la palora

Chi bellu mbasciaturi chi saria,

Parti, suspiru, cu lu ventu vola

Va pi truvari tu la bella mia,

E si l’ arrivi pinserusa e sula

Dinci chi chistu cori la disia,

Dinci ch’ a mia già desi la palora,

La ferma fidi mi mi teni a mia.

L’innamorato si immagina l’amata lontana e titubante e vorrebbe mandargli un messaggero particolare, il suo sospiro che gli ricordi gli impegni presi con lui.

 

Anfibolie d’amore

Vini ddu rosi a na rama pendiri,

Non sacciu di li dui qual’ aju amari,

La randi è bella e no la_pozzu aviri,

La picciriddha non mi po’ mancari;·

Di l’una e l’atra portu li catini,

E di nuddha mi sacciu scatinari;

Ma una, oh Diu, chi mi mi dassa iri,

Ncatinatu cu ddui non pozzu stari.

Dice un proverbio calabro che nu palu non po’ tèniri du viti / mancu na donna cu ddu nnamurati (Un palo non può reggere due viti / e neanche una donna può stare con due innamorati). Qui è l’amante che, incerto nell’amore per due sorelle somiglianti a due rose che pendono da un ramo, si sente incatenato ad entrambe e non se ne sa liberare. Solo Dio può intercedere per lui che non può vivere con doppia catena.

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