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“Perché non eravamo pronti”

214mCTxUwIL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Il primo caso riportato negli Stati Uniti è stato quello di un uomo di trentacinque anni che era andato a trovare i parenti a Wuhan ed è poi ritornato a casa, nell’area metropolitana di Seattle, il 15 gennaio (ultimamente si è saputo di altri due casi iniziali, nella contea di Santa Clara in California, il che suggerisce che il virus potesse circolare negli Stati Uniti prima del 15 gennaio; entrambi i pazienti sono morti a febbraio, ma solo a fine aprile l’autopsia ha consentito di scoprire la loro positività al COVID-19). L’uomo dell’area di Seattle si è presentato il 19 gennaio in un ambulatorio medico, lamentando febbre e tosse persistente. La tosse rappresenta la modalità di dispersione più ovvia del SARS-CoV-2, ed è dunque probabile che, per almeno quattro giorni, quell’uomo abbia passato l’infezione ad altri abitanti della contea di Snohomish, contigua a Seattle, e forse anche ai passeggeri dell’aereo (se era già portatore del virus, pur restando ancora asintomatico). All’ambulatorio il suo recente viaggio ha destato preoccupazione, e uno dei medici della struttura lo ha comunicato al personale del dipartimento della Salute dello Stato di Washington, che lo ha comunicato all’Emergency Operations Service del CDC. Prelevate dei campioni e li esamineremo, ha risposto il CDC. L’uomo è stato sottoposto a prelievo del sangue e tampone, poi è tornato a casa. Il giorno seguente, quando il test è risultato positivo, è stato ricoverato in un ospedale e posto in un reparto di isolamento. La risposta disastrosamente tardiva, inadeguata, confusa e (per molti cittadini) disorientante del governo federale al COVID-19, sia prima che dopo il primo caso, dipende da troppi fattori perché li si possa elencare in questa sede, ma ne menzionerò due: l’incapacità di cogliere gli avvertimenti dati da SARS e MERS, provocate entrambe da altri coronavirus; e il fatto che negli ultimi anni, nelle alte sfere di governo, si sia persa la capacità di comprendere la gravità e l’immediatezza della minaccia pandemica. Il risultato di tale perdita è ciò che intende Ali Khan quando parla di mancanza di immaginazione.

Perché non eravamo pronti, David Quammen, Adelphi. Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Nativo di Cincinnati, classe millenovecentoquarantotto, era già celebre, ma in questo periodo lo è più che mai: scrittore e autorevole divulgatore scientifico, è visto da molti come colui che aveva previsto tutto. Una specie di Nostradamus del Covid, insomma. In realtà, naturalmente, è ovvio, il concetto è molto più ampio, ed è bene evitare qualsivoglia banalizzazione, in questo frangente specifico ancor più pericolosa di quanto non sia di norma, e la scienza si basa su leggi che ben poco hanno a che fare con l’idea stessa di vaticinio: semplicemente, se si guarda bene, i segnali ci sono. Sempre. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Ce lo dice Quammen: imperdibile.

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