dialettologia

Poesie vernacole di Pasquale Cavallaro: altri due boccioli (parte terza)

Lu cumiziu di li lupidi Giuseppe Mario Tripodi

III

Saluti a la ventata galïota

quando faci cu bbui la joculana

quando, monella ardita, azza la rota

di la gonnella e puru la suttana.

Ma vui, sempri cchiù frisca di li rosi,

nc’arriditi a lu ventu joculanu,

vasciati la gunnella e tutti cosi

tornati a postu cu la bella manu.

‘Nc’esti lu paradisu? E vui cu siti?

Cu vi detti ssa gamba galïota?

Lu ventu si fussi eu, quando nesciti,

comu lu ventu vi farrìa la rota …

CChiù bella poi si jati a la funtana

Cull’atri belli e cchiù bella pariti,

quando comu lu ventu joculana,

li rosi di li gambi ndi scopriti.

La poesia si apre con un aggettivo dantesco ed un’immagine cinematografica: una ventata galïota, giocherellando con l’amata (faci cu bbui la joculana, l’aggettivo si addice agli adolescenti che non smetterebbero mai di giocare; e non a caso la ventata viene definita monella ardita), le solleva la gonnella e pure la sottana. Ma la giovane non si scompone, ride al vento, giocherellone (joculanu) pure lui, e poi abbassa con nonchalance gli indumenti svolazzanti rimettendo le cose a posto. Non prima però di aver messo in vista una gamba galeotta, qui nel doppio senso di birichina e vettrice ad impure cogitazioni: infatti l’amante vorrebbe sostituirsi a quel vento, sconvolgere gonna e sottana in una girandola erotica e, perché no, rilassarsi tra i suoi mulinelli.

Il vento joculanu scopre realmente la gamba dell’amata, diventata galeotta per via della soffiata birichina.

L’ultima quartina ha come retroterra un luogo comune dell’amore contadino (con l’associazione della «bella» all’acqua e alla fontana) consacrato anche nella Calabrisella (Nina ti vitti all’acqua chi lavavi / lavavi farzoletti e maccaturi).

L’amata dunque va alla fontana dove in mezzo a tante belle appare ancora più bella e, joculana come il vento, scopre, questa volta di proposito, le rose delle sue gambe (Li rosi di li gambi ndi scopriti).

Si può dunque facilmente intendere come l’ordito sottinteso ai versi, e alle rime, si regge sui due aggettivi galïota e joculanu-a : la ventata galïota che, facendo la joculana con la bella, le discopre la gamba galïota  e la spinge a ricoprirsi con un gesto naturale (sempri cchiù frisca di li rosi) e leggero: vasciati la gonnella e tutti cosi / tornati a postu cu la bella manu.

Una volta alla fontana, e convertitasi alla ludicità del vento (comu a lu ventu joculana), l’amata ripete, con un filo di sublime civetteria, quel gesto che avrebbe potuto sembrare dettato da un superego morale cambiandolo di segno algebrico: scopre generosamente le gamba di rosa offrendone la contemplazione alla vista bramosa dell’amante.

IV

Sta notti mi nsonnai, cosa pulita,

ch’eramu a jardinari tutt’i dui:

di gigli tutta quanta ‘na partita …

 e cchiù bella di tutti èravu vui.

Ma comu fu, ‘na spina scrijanzata

‘nta lu peduzzu scarzu vi trasju:

jettàstivu, l’amara, ‘na gridata

e lu scuru ‘ntall’occhi vi scindìu.

Chi fari, comu fari, amaru mia!

Vi portavi a ‘na rasa sularina:

e di ‘na gùgghia cu ‘na maëstria,

vi la scippai la benaditta spina.

Mò, doppu jornu, negghia di matina,

lu sonnu comu vinni s’allagrau,

e ‘nta lu cosi meu ‘na brutta spina,

si vògghiu e si non vògghiu, mi restau.

La poesia racconta un sogno dell’amante: lui e l’amata lavoravano in un giardino di gigli di cui lei era, ça va sens dire, l’esemplare più bello.

Lavoravano scalzi come la maggior parte dei lavoratori adibiti a quella attività (giardinari); ed ecco che una spina, sicuramente maleducata (scrijanzata), entra nel vezzeggiato piede (peduzzu) della ragazza costringendola a gridare di dolore e a rabbuiarsi in viso: e lu scuru ‘ntall’occhi vi scindìu.

Il fatto mette in ambasce il povero amante che, ripresosi dal trauma, porta l’amata in un luogo solitario e con un ago riesce a liberarla dell’incomoda zeppa.

Al risveglio pero, diradatesi le nebbie del sonno, l’impercettibile spina nel piede dell’amata si converte, meraviglia dell’amore onirico, in un chiodo ottantino nel cuore dell’amato.

La fabula è congrua con modelli popolari, corrispondenza allusiva tra la spina conficcata nel corpo della donna e la penetrazione erotica, e con modelli dotti come lo Spinario, bronzo greco dell’età ellenistica di cui esistono varie copie, anche in marmo, in diversi musei europei: vi è raffigurato un giovinetto  seduto che cerca di estrarsi dal piede sinistro, parallelo alla terra e appoggiato sul ginocchio destro, una spina che gli si è conficcata. È molto probabile che il poeta avesse presente entrambi gli archetipi.

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