Libri

“Un pacchetto di Gauloises”

Gauloises-206x300di Gabriele Ottaviani

«Non sono uno scorbutico» scrive Guido all’amico Vittorio Sereni, per giustificare la propria riservatezza. Guido voleva che le sue opere arrivassero al grande pubblico, ma ambiva a rimanere nell’ombra, non voleva fornire note biografiche, che pure gli venivano chieste dalla Rizzoli per il romanzo Il comunista, che “rischiò” la pubblicazione. Il funzionario della casa editrice Rizzoli era allora Giorgio Cesarano, nato a Milano nel 1928 e che si tolse la vita in Toscana, nel 1975, un anno dopo l’esplosione del “caso Morselli”, nel 1974. A un anno dalla morte di Guido. Un elegante lettore piemontese, appassionato di Giorgio Cesarano e di Guido Morselli, Paolo Demaestri, mi fa scoprire che tra i due, forse, c’era un legame di amicizia. L’ho incontrato perché cultore delle opere di Morselli e desideroso di visitare la Casina Rosa, l’eremo gaviratese in cui abbiamo realizzato un piccolo luogo della memoria. Demaestri è ritornato alla Casina Rosa, oltre un anno dopo, in veste di autore di un manoscritto in concorso al Premio Guido Morselli per il romanzo inedito, Tre fratelli. In epigrafe al suo romanzo una preziosa citazione: «Vivere è una perdita continua, finché alla fine si perde tutto». La citazione è di Alicia Giménez-Bartlett, ma mi ricorda l’autore di Dissipatio H.G. Qui alla Casina Rosa, dove di Guido è rimasta l’ombra, il fantasma che alcuni sostengono di aver visto, una casa di intonaco rosa non racchiude più i suoi mobili, i suoi ricordi di una vita. Quasi tutto è andato perduto. Tra Guido e Cesarano non solo rapporti professionali, ma un’amicizia, un legame di stima reciproca.

Un pacchetto di Gauloises – Una biografia di Guido Morselli, Linda Terziroli, Castelvecchi. «Era un uomo molto chiuso. Amava la vita di provincia, i caffè e le trattorie, ma era schivo da ogni rapporto sociale, non riceveva nessuno, né a pranzo né a cena, non aveva vere amicizie, escluse quelle femminili… Voleva mimetizzarsi. Sa quale professione indicava sul passaporto? Agricoltore. Intorno alla casa di Gavirate aveva un bellissimo prato e sei o sette ettari di terreno. Alle sue dipendenze teneva un contadino, considerato quasi uno di famiglia, per provvedere alle cure del fondo, coltivato ad alberi da frutta, che vendeva, non so con quali ricavi… era una scusa, un modo per nascondersi»: così Mario Morselli, morto nel novembre del duemilatredici nella sua casa di South Burlington nel Vermont e sepolto a Giubiano, nel cimitero monumentale, all’interno della cappella di famiglia, le cui parole relative al fratello Guido, l’autore dalla fortuna solo postuma (si uccide a sessantun anni ancora da compiere, sempre più triste e disperato, nell’estate del millenovecentosettantatré, sparandosi un colpo in testa con la sua Browning 7.65, la ragazza dall’occhio nero dei suoi diari) di, fra l’altro, Roma senza papa, Divertimento 1889, Il comunista, Dissipatio H.G. e Un dramma borghese, romanzo psicologico che indaga le dinamiche morbose dell’ambiguità e dell’incesto da cui Florestano Vancini trae una pellicola, vincitrice dell’Efebo d’oro, premio assegnato ai migliori adattamenti da opere letterarie, con Franco Nero e Dalila Di Lazzaro, sono riportate in esergo al volume. Un volume che nasce, non suoni iperbolico, retorico o stucchevole, come un atto d’amore, nell’accezione più ampia e alta del termine (del resto, poche cose sono più salvifiche della letteratura); dice infatti l’autrice, che ha fatto lunghe e approfondite ricerche e raccolto dieci anni d’interviste: Chiacchieravamo, in auto, un tiepido pomeriggio, a Varese. Era il 21 marzo, la primavera era nell’aria, gli alberi in fiore. In quei giorni, stavo scrivendo la mia tesi di laurea su Guido Morselli e riflettevo, in maniera un po’ ingenua, sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era ripiombato in Italia. Ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore. Accanto a me, il professore Silvio Raffo; il semaforo era rosso, così mi sono rivolta a lui: «Ma che cosa possiamo fare per Guido Morselli?». Questo libro è la realizzazione di quel desiderio di memoria che sentivo bruciare dentro di me quando ancora ero una giovane studentessa dell’università, piena di aspettative e di sogni, ma senza futuro. Quest’opera imperfetta e certamente personale è il tentativo di far luce sulla vita di uno scrittore solitario, originale e misterioso. Un dandy e un eccentrico. Una storia che mi ha accompagnato (e tormentato) per molti anni, una vita che ho studiato profondamente, per capire un po’ di più la mia. Avvolto, come Lennon, Picasso, Caccioppoli, Camus, Prévert, Baudrillard, Cortázar, Sartre, Polański, Orwell e Gainsbourg, solo per fare qualche nome, dal fumo delle leggendarie sigarette, simbolo della Francia secondo per importanza con ogni probabilità solo alla Marianna, col pacchetto con l’elmo gallico alato stilizzato e lo slogan Liberté Toujours che ha fatto epoca, Guido Morselli, che amava dire una frase che andrebbe scolpita nella pietra, ossia La cultura non è di chi sa, ma di chi apprende, era un uomo e intellettuale straordinario, che nessuno o quasi conosce, e chi sa chi sia ne sa troppo poco, meno di quanto si dovrebbe: questo libro, fondamentale, chiaro, limpido, avvincente ed esaustivo, colma la lacuna. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...