Libri

“Nella pietra e nel sangue”

BC-144_dadati-sangue-exedi Gabriele Ottaviani

Se non c’era soluzione che un uomo potesse leggere nei propri pensieri, una più alta e più giusta gli sarebbe giunta dalla lingua segreta degli astri. Federico aveva grande fiducia in questo, e Pietro negli anni aveva imparato dapprima a rispettarla, poi a farla sua. Guardò dunque le stelle, misurando le distanze e interrogandone la disposizione. Ma le trovò diverse da come aveva imparato a conoscerle in Capitanata. Qui parlavano altra lingua, simile ma differente da quella che conosceva. L’ordine delle costellazioni era infatti lo stesso di sempre, ma insieme era rinnovato. Perché gli astri parlano in modo diverso ai diversi popoli del Creato. Cercò quindi di ricordare quanto Michele Scoto gli aveva raccontato di quelle terre che gli avevano dato i natali. Ma Scoto era morto e con lui se n’era andata tanta della sapienza che aveva portato alla corte di Federico. E dunque? Le stelle stavano là, meravigliose e fredde, indifferenti ai destini umani. Pietro non voleva cedere ancora una volta ai tormenti del pensiero. Quindi, quasi senza rendersene conto, nella solitudine di quel giardino che distava mesi di viaggio dalla casa in cui era nato e anni dalla sua infanzia, dischiuse le labbra e iniziò a cantare. Dentro di lui si risvegliò amore e scelse uno dopo l’altro componimenti che narravano di una disperazione ben diversa da quella provata lì a Londra. Il languore dei versi era il languore di un’anima lontana da un’altra. Era una delizia potercisi crogiolare. Mentre la disperazione inflittagli da Enrico…

Nella pietra e nel sangue, Gabriele Dadati, Baldini+Castoldi. E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, / ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi / perch’io un poco a ragionar m’inveschi. / Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo, e che le volsi, / serrando e diserrando, sì soavi, / che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi: / fede portai al glorioso offizio, / tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi. / La meretrice che mai da l’ospizio / di Cesare non torse li occhi putti, / morte comune e de le corti vizio, / infiammò contra me li animi tutti; / e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, / che lieti onor tornaro in tristi lutti. / L’animo mio, per disdegnoso gusto, / credendo col morir fuggir disdegno, / ingiusto fece me contra me giusto. / Per le nove radici d’esto legno / vi giuro che già mai non ruppi fede / al mio segnor, che fu d’onor sì degno. / E se di voi alcun nel mondo riede, / conforti la memoria mia, che giace / ancor del colpo che ’nvidia le diede»… Così nel tredicesimo canto della Commedia di Alighieri si racconta il suicida per eccellenza, Pier delle Vigne, il più potente di tutti alla corte di Federico II, finché non cadde in disgrazia: ma perché, una volta accecato, fu lasciato andare? E perché scappò di mano al ragazzino che lo conduceva e si fracassò il cranio contro la facciata della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, a Pisa, nella primavera del milleduecentoquarantanove? Dario Arata, giovane dantista dei giorni nostri, indaga: e… Romanzo storico, romanzo d’amore, giallo letterario, dalla tessitura finissima: Gabriele Dadati realizza un vero gioiello.

 

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...