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“Memorie del conte di Gramont”

81+ym03dPwL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Era la donna più piacevole che si potesse vedere. Aveva la più graziosa figura del mondo, benché non fosse molto alta. Era bionda, e aveva lo splendore e l’incarnato candido delle bionde con tutto quello che le brune hanno di vivace e piccante. Aveva grandi occhi azzurri e sguardi estremamente seducenti. I suoi modi erano affascinanti, il suo spirito divertente e vivace; ma il suo cuore, sempre aperto ai teneri legami, non era scrupoloso sulla costanza né sofisticato sulla sincerità. Era figlia del duca d’Ormond. Hamilton era suo cugino germano. Si vedevano quanto volevano, senza maggior conseguenza. Ma dopo che lei gli fece dire una parolina dai suoi occhi, Hamilton non pensò più che a compiacerla, senza ricordarsi della sua leggerezza né degli ostacoli che si opponevano ai suoi propositi. Quello di guadagnare la fiducia di madamigella Stewart non contò più nulla, come stiamo dicendo; ma lei si trovò presto in condizione di fare a meno delle istruzioni che si era preteso di darle per la sua condotta. Aveva fatto tutto il necessario per aumentare la passione del re, senza compromettere la sua virtù con gli ultimi favori; ma le premure di uno spasimante appassionato, che trova le occasioni favorevoli, sono difficili da combattere, ancor più difficili da vincere; e la saggezza di madamigella Stewart non ne poteva più, quando la regina fu presa da una febbre violenta che la ridusse presto agli estremi.

Anthony Hamilton, Memorie del conte di Gramont, La Tartaruga. Prefazione e traduzione di Fausta Garavini, studiosa di letteratura francese, docente universitaria, critica, romanziera pluripremiata, saggista, autrice della traduzione integrale dei Saggi di Montaigne e di molto altro ancora. Anthony Hamilton, invece, nato forse nel milleseicentoquarantasei, ma morto di certo nel millesettecentoventi, è stato il terzo figlio di sir George Hamilton e Mary Butler, nonché colui che, fingendo di scrivere sotto dettatura del cognato, il conte di Gramont, l’uomo più à la page della sua epoca, quella, a cavallo fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, che ha tutto l’aspetto d’una corte di pittoreschi avventurieri egoriferiti che vivono esistenze che superano in fantasia la prosa più rocambolesca, amorale, sovversiva, impudica e spericolata, da tenersi il più possibile all’ombra, fra i panneggi dei salotti, i fumi dei bordelli e le atmosfere delle case da gioco, ne celebra con irriverenza le memorie, muovendosi con l’agile abilità d’un funambolo sul sottilissimo crinale che distingue ciò che è da ciò che sembra, il verosimile dal falso e dal vero. Da leggere.

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