varia

Canzuni d’amuri

Lu cumiziu di li lupidi Giuseppe Mario Tripodi

Canzuni d’amuri nella Calabria del Novecento: Pasquale Cavallaro (1891-1973)

Pasquale Cavallaro fu personaggio molto controverso nella storia calabrese del ‘900 e protagonista della ‘Repubblica di Caulonia’, ribellione contadina consumatasi tra il 6 e il 20 marzo 1945 e poi repressa con arresti di massa e condanne esemplari.

Chi volesse sapere di più su Cavallaro sindaco e ribelle può digitare su Google «Repubblica di Caulonia»  oppure leggere l’interessante libro di Ilario Amendolia La ‘mdrangheta come alibi (Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2019) che contiene una ricostruzione storico-politica di prima mano su quelle ormai lontane vicende.

Qui proverò invece ad assemblare un aspetto poco noto della personalità di Cavallaro che attiene alla sua produzione di poesia dialettale che è stata raccolta in  Lu comiziu di li lupi, eccetara (Editrice MIT, Corigliano Calabro 1961).

Una copia del libro mi fu regalata, con dedica autografa, in data 19 luglio 1970. E questo nonostante avessi osato frequentare, ripetutamente ed in sua presenza, il suo vecchio compagno di lotte ed ora nemico acerrimo Nicola Frammartino; dopo decenni avrei saputo il perché di quella intramontata rivalità.

Si tratta di una silloge in cui sono compresenti versi di polemica politica e morale, fiabe e, naturalmente, poesie d’amore. A volte i temi si intrecciano tra di loro assumendo la forma teatrale e dialogata.

Le forme metriche spaziano dal sonetto alla canzone nella quale, mentre le rime sono sempre vincolanti, non lo è la struttura: si passa dalla quartina ( quattro versi a rima alternata, il famoso pedi di canzuna cui i poeti popolari si attenevano rigidamente sia per non stancare l’uditorio e sia per permettere, in caso di contesti agonistici, lo mpedicari degli altri partecipanti) alla più dotta e complicata sestina o, ancora, al sonetto che era frequentato tanto dagli arcadi quanto dagli improvvisatori.

  • Canzuna si intitola un componimento di tre quartine ( 44) in cui la prima contiene la dichiarazione, la seconda la captatio benevolentiae con triplice ed esaustiva metafora astronomica (l’amata che è come il sole del mattino, primaloru, mentre le stelle e la luna non reggono il confronto), la conclusio con la richiesta della pur fugace concessione di uno sguardo se l’amata non vuol finire nel girone degli avari che, cu na manu longa per prendere e una curta per non dare, finiscono per beccarsi l’orzaiolo che è loro malattia professionale:

S’avissi, bella mia, la gula d’oru

vorrìa mu ti la cantu ‘na canzuna

mu ti cantu vorrìa ca pe ttia moru

ca di lu cori meu si la patruna.

 

La tua finestra comu n’arba d’oru,

hiurisci quando mmustri la persuna,

e tu pari lu suli primaloru,

cchiù bellu di li stilli e di la luna.

 

S’hai cori, bella, comu lu decoru,

girammilla n’occhiata di fortuna:

non fari mu ti nesci l’ogghialoru,

com’a ccui sempri pigghia e nenti duna.

 

  • La bella ( 16) è una canzone costituita da cinque «sestine narrative», in ognuna delle quali i sei endecasillabi che la compongono sono rimati secondo lo schema ABABCC; non esiste però, come nella sestina dantesca o in quella petrarchesca, il ripetersi delle «parole rima» tra una strofa e l’altra.

Di lu merlettu, frisc’abbundanziusa,

scindìa la coscia, e lu dinocchiu dava

l’abbiju di ‘na gamba sapurusa;

cull’occhi di sirena t’ammaliava,

paria lu pettu, hiatu!, unda di veli

e la vucca spandia hiurilli e meli.

 

‘Nu jornu di na certa settimana,

quando lu jornu avanti è festa vera,

eu la ‘ngarrai la ninfa pajisana …

mi stratijai, pigghiavi la manera

chi llu celu avi ‘nserbu pell’amanti

e, comu fu, mi ‘ndinocchiai davanti.

 

«Bella chi sulu Diu cchiù bella faci,

pietà di stu ‘nfilici marinaru,

pietà di cu pe bbui perdiu la paci!

Si lu beni dill’occhi aviti caru,

datincìlla n’occhiata consalora,

dicintincilla ‘na durci palora!»

 

E la bell’aspettau: comu suspisa,

cercau cunsigghiu attornu e cchiù luntanu:

lu pettu nci parìa na vila tisa,

chi parpit’a lu ventu tramuntanu:

poi, comu stanca di na longa via,

piegau li belli gambi accantu a mmia.

 

L’occhi cu l’occhi appuntu s’incuntraru,

li stilli occhiulijaru di le celi

e li labbra a li labbra s’attaccaru,

comu lu favu quando spandi meli …

Vicinu discurrìa ‘na funtanella

E tuttu era nu cantu a la mia bella.

Alcune annotazioni sono indispensabili per rendere leggibile il testo anche ai non calabresi.

Nella sestina iniziale, in cui gamba e coscia non sono usate al meglio e forse andavano invertite, troviamo l’inciso hiatu! che, unito talvolta al possessivo meu, sta per «Fiato mio!», cioè «mio respiro», qualcosa dunque di cui il declamante non può fare a meno, pena la morte. Nel canto alla cerameddhara in genere segue la «nota strascinata» ed è  pronunciato in tono basso per far riprendere fiato per il prossimo verso.

Il verbo ‘ngarrai del III verso della seconda sestina: ha origine spagnolesche ( garra, artiglio) e significa, quindi, ho artigliato, ho fatto in modo che non avrebbe potuto svicolare.  Il successivo mi stratijai significa mi sono ingegnato.

Nella strofa successiva colpisce, nel verso di chiusura, la richiesta all’amata, in aggiunta all’occhiata consalora,di una parola dolce che sancisca l’assenso.

La penultima strofa si segnala per una eccezionale metafora: il seno della bella paesana, rectius lu pettu che include seno e cuore, esterno ed interno, è simile a vela tesa che  parpit’a lu ventu tramontanu. Anche il verbo è volutamente ambiguo e rimanda sia al soffiare del vento contro la vela della camicetta, appuntata al capezzolo che dobbiamo immaginare prorompente, e sia al sottinteso alternarsi del battito cardiaco.

Si compie così la vicenda di questo corteggiamento e la donna, comu stanca di ‘na longa via, cede alfine e si concede allo spasimante.

Dunque, diversamente che nel canto precedente, qui la storia ha il lieto fine; infatti fra gli amanti succede qualcosa che, pur partendo dalla medesima «occhiata fugace» (occhiata di fortuna, che qui diventa l’occhiata consalora, l’occhiata cioè che mette le cose apposto tra gli amanti), procede oltre e si scioglie nel bacio della dolcissima metafora conclusiva in cui, pronubi le stelle, «li labbra cu li labbra s’attaccaru, // Comu lu favu quandu spandi meli …»(I parte).

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