Intervista, Libri

“Donne di mafia”: intervista a Liliana Madeo

mafiadi Gabriele Ottaviani

Liliana Madeo ha scritto per Miraggi Donne di mafia: Convenzionali ha il piacere e l’onore di intervistarla.

Chi sono le donne di mafia?

Sono – per gli uomini del malaffare – la garanzia della continuità del loro potere, la sicurezza, il collante fra la vita privata e l’organizzazione criminale in cui si muovono. Un collante prezioso, dalle dimensioni e coloriture diverse a seconda che si parli di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra. Nel mio libro le luci sono accese sulle figure femminili dell’Onorata Società, come la mafia siciliana si chiamava prima di etichettarsi “Cosa Nostra”. Le storie di queste donne si intrecciano, si contrappongono, segnate da una prima fondamentale differenza fra loro: l’origine mafiosa di  alcune e l’amore, l’incoscienza, il gusto dell’avventura per cui tante altre – giovanissime, inconsapevoli – sono piombate nel tunnel degli  inseguimenti, le fughe, le latitanze,  le vendette,  gli omicidi.

Quali sono i loro ruoli?

Le regole di Cosa Nostra sono precise. La donna deve ubbidire, rispettare gli ordini, tacere. Il silenzio è obbligatorio per lei.  Non ci si può fidare dell’emotività femminile, ripetono i mafiosi. È  pericoloso far conoscere alla moglie o alla figlia cose che possono farle perdere il controllo di sé e della situazione. Nelle mani e nella voce della sposa che non sa né vede niente di quanto avviene intorno a lei è riposta la tutela della famiglia, del boss, del clan intero. Ovviamente alla donna  tocca anche essere fedele al marito e dare ai figli un’educazione che ne faccia i degni eredi del padre. Colei che tradisce una di queste regole va uccisa, e per colpe simili non poche sono state uccise.

La società mafiosa è una società patriarcale?

Sì, rigorosamente patriarcale. Lo testimoniano, ciascuna a modo proprio, le persone che hanno attraversato tale società. Cito, come esempio, le donne che di quei diktat sono state fedeli  osservanti e che adesso sbandierano i pregi, l’onestà dei loro uomini magari morti in carcere dopo lunghissime latitanze, vedi Totò Riina e Bernardo Provenzano. Lo ha detto anche Giovanni Falcone:  Le donne, che in passato hanno raramente avuto una parte decisiva nella vita dei mafiosi – i quali si accontentavano di una famiglia di tipo matriarcale dove la sposa, senza mai venire informata di alcunché, sapeva tutto, ma stava zitta – hanno assunto un ruolo determinante […] Sono entrate in rotta di collisione con il mondo chiuso, oscuro, tragico, ripiegato su sé stesso e sempre sul chi vive di Cosa Nostra, ha affermato, quando si è trovato davanti le prime “pentite”, le prime donne che rompevano la regola del silenzio e venivano alla ribalta.

Come si è radicata la mafia nel tempo?

La mafia siciliana ha origine a metà dell’Ottocento. Si chiama Onorata Società. La sua unità di base è la “famiglia”, il gruppo degli uomini che controllano una città, una zona del territorio in cui operano. I primi settori in cui l’organizzazione si intromette sono l’agricoltura, la pastorizia, il contrabbando: quindi – con un ritmo clamoroso quanto rapido – ecco l’intromissione nel mondo degli appalti e sub-appalti, dell’edilizia pubblica e privata, gli omicidi su commissione o per rivalità fra clan e clan, le “collaborazioni” con alcuni uomini delle istituzioni, le spiate, la creazione delle bande di baby criminali, le stragi di  magistrati, sindacalisti, poliziotti, uomini politici, quindi il  gigantesco traffico della droga, il fiume di denaro che se ne ricava, la Sicilia che diventa sponda del malaffare fra Oriente e America, Palermo che pullula di laboratori da cui escono tonnellate di eroina, le casse di vini pregiati che entrano nelle celle dei mafiosi in galera, le “signore della droga” che partono in aereo per New York con buste di stupefacenti attaccate alla pelle sotto gli abiti e  ritornano con buste di dollari infilzate nella panciera…

Come è cambiata?

Fino a qualche decennio fa parlare di mafia era parlare di Cosa Nostra. Oggi non è più così. Cosa Nostra non ha il giro di affari e di potere di un tempo, veleggia con le altre organizzazioni criminali, asseconda o integra il percorso di un’altra struttura cui può far comodo il suo contributo. Oggi la ‘Ndrangheta – nata in Calabria all’inizio dell’Ottocento – è la mafia italiana più forte e pericolosa: ha soppiantato Cosa Nostra nel traffico internazionale delle sostanze stupefacenti, ha saputo radicarsi in nuovi territori sia in Italia sia all’estero… E non disdegna il contributo che può venirle anche dalla Camorra napoletana, dal suo pulviscolo di clan che fin dalla loro nascita – nei primi decenni dell’Ottocento – sono in conflitto/competizione fra loro  per le “piccole” attività come spaccio, furti, contrabbando, ricettazione di merci rubate, contraffazione, come per le imprese più complesse e redditizie che esulano da Napoli e dalla Campania.

Lei ha una lunga storia di femminismo…

Tremate tremate, le streghe son tornate, gridavamo nelle piazze anni fa. Buttando all’aria – fra ironia e gusto della provocazione – lo stereotipo della donna malefica, della matrigna crudele. E rivendicando la libertà dalle convenzioni e dalle norme che ci imbrigliavano. Sì, passi avanti ne sono stati fatti tanti: accesso a carriere e ruoli sociali prima impensabili, varo di leggi (aborto, divorzio, affido dei figli, retribuzioni professionali, ecc.) che hanno spezzato barriere secolari, un nuovo modo di bilanciare pubblico e privato, inconscio e materialità dell’esistenza, successo di personaggi ed espressioni d’arte celebrativi dei  cambiamenti in atto… Ma il viaggio è ancora in corso. Imperversano i femminicidi. Non si spegne il coro del #MeToo. Si moltiplicano, anche per voce di persone autorevoli,  le espressioni maschili di disagio o fastidio per la presa di parola delle donne. Il ritorno alla “legge del Padre” non viene più invocato nella penombra. Il vecchio non muore e il nuovo stenta a nascere, direbbe Gramsci.

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